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Lui & Lei

Stratagemma (parte 1°)


di fantabisex
05.06.2026    |    4    |    0 6.0
"Con la prima spinta entra tutta la cappella e con la seconda arriva a metà dell’asta..."
Per la seconda volta sarebbe venuta con noi Liliana, entusiasta di tornare dove non avrebbe mai creduto di trovarsi così bene, affascinata da quel luogo meraviglioso. Lorenzo, che come sempre doveva presidiare l’ufficio sguarnito, ci avrebbe accompagnato e avrebbe trascorso con noi i due weekend e il giorno di Ferragosto, per tornare al lavoro durante la settimana. Combinando con la festività saremmo state sole per quattro giorni ma in cuor mio sognavo di fermarmi un’altra settimana. Abbiamo predisposto tutto per partire venerdì pomeriggio ed arrivare a destinazione in tarda sera. Ho programmato pranzi e cene per i primi giorni in modo da non dover perder tempo in spese e sfruttare al meglio la presenza di Lorenzo che mi avrebbe rinfrescato la memoria per l’organizzazione quotidiana e le cose cui prestare attenzione durante la sua assenza. Per la prima volta nostro figlio sarebbe rimasto a casa, dato che aveva già esaurito le ferie; quindi, non avremmo potuto contare sul suo aiuto…
Mancano solo gli ultimi particolari, per il resto è tutto pronto: a momenti sarebbe arrivato Lorenzo, caricato la sua roba, saremmo passati a prendere Liliana e poi via! Salvo traffico, arrivo previsto prima di mezzanotte con tappa per una cenetta veloce. Mentre chiudo la borsa, dopo aver controllato il borsello con i farmaci, il necessario per il primo soccorso e la scorta di antizanzare, squilla il cellulare: è Liliana che con una voce cavernosa mi dice di essersi beccata l’influenza. “Ma se ci siam sentite ieri e stavi da Dio?!” sbotto, ma poi preciso che ovviamente non ce l’ho con lei. “Mi son svegliata stamattina con il mal di testa e un po’ raffreddata, ho preso un Oki sperando fosse solo un po’ di raffreddamento ma adesso faccio fatica a respirare, ho la febbre a trentanove e non sto in piedi. Mi mancava solo la vicina che per tirarmi su mi ha detto di stare attenta che ci sono tanti casi di covid in giro…”, poi aggiunge “non sai che rabbia ho addosso! Gli unici giorni di vacanza mi tocca passarli a letto, merda!”. “Spiace anche a me” aggiungo, “per te soprattutto! Ma anche per me. Non vedevo l’ora che potessimo passare qualche giorno assieme, solo noi due, spaparanzate al sole come due foche!” e intanto penso ‘Porca vacca! E mo’ che faccio? Rinviamo tutto o me ne sto quattro giorni da sola?’… Liliana interrompe le mie riflessioni chiudendo la telefonata: “Ora ti lascio, non riesco nemmeno a parlare. Ti chiamo nei prossimi giorni. Magari, se sto meglio, vengo il prossimo weekend con Lorenzo. Almeno mi faccio tre giorni di mare”. Neanche il tempo di pensare il da farsi che suona il campanello: lui è già arrivato e non so ancora se ho voglia di partire, con il pensiero di stare da sola e di come organizzarmi. Tuttavia, nel tempo in cui lui sale le scale, pensando al sole, alla spiaggia, al mare, alla pineta, alle cicale, tutti i dubbi si dissolvono e riecco l’entusiasmo di tornare al nostro posto magico!
“Ciao”, mi dice entrando, “tutto a posto?” chiede subito, leggendomi negli occhi quel misto di ansia, preoccupazione ed eccitazione, diverso dal solito. “Ciao”, rispondo con un bacio sulle labbra, “sì, tutto a posto, ma c’è un cambio di programma…” Lorenzo appoggia le sue cose sulla cassapanca aspettando i chiarimenti con occhi interrogativi. “Mia sorella si è beccata l’influenza e non viene”. Un attimo di silenzio per la sua analisi fulminea, “Mi spiace… povera! Ci teneva tanto a staccare qualche giorno. E tu invece? Ti va lo stesso di andare? Mi spiace davvero di lasciarti da sola… ma non posso saltare giorni di lavoro. Non c’è nessuno in ufficio”. E prima che apra bocca aggiunge: “Se vuoi restiamo a casa e partiamo giovedì sera. Magari potresti restare con tua sorella la settimana successiva…” In effetti poteva essere una soluzione diversa e non ci avevo pensato, ma già pregustavo il profumo dell’aria e d’impulso lo rassicuro: “Non c’è problema… è tutto pronto e non vedo l’ora di essere lì! Il nostro posto ci aspetta. Ormai sono grande, non credi? Me la posso cavare per quattro giorni da sola!” “È vero. E se avessi bisogno di qualcosa tutti si farebbero in otto per darti una mano”. Le parole rimangono a mezzaria mentre prendiamo zaino, borse, cibarie, ecc. e via! Mare, arriviamo!!!
Ogni volta che siamo in quel posto, incredibilmente viviamo il paradosso del tempo: le ore sembrano trascorrere lente lasciandoci godere di ogni istante ma tutto passa in un baleno… un battito di ciglia ed il weekend se n’è già andato! Penso ai brividi per gli orgasmi ripetuti del sesso pomeridiano dietro la duna, circondati dal profumo della pineta misto all’odore degli animali selvatici che frequentano quella zona, la più distante dagli accessi e dalla concentrazione di umani, mentre saluto Lorenzo che parte per ritornare al lavoro, stringendolo forte e stampandogli un bacio in bocca per dirgli quanto mi mancherà nei prossimi giorni. Il turbinio di pensieri ed emozioni mi fa quasi sfuggire una lacrima ma in meno di un attimo mi ritrovo a letto da sola a pensare come organizzare la prima giornata in solitudine. Farò come abbiamo immaginato: prenderò la bici e tutto l’occorrente per un’intera giornata e arriverò fino all’accesso dove c’è meno gente ma non sarò isolata. Certo non potrò starmene tutta nuda ma, se non ci sarà troppo affollamento, starò in topless senza rischiare di essere importunata da qualche singolo guardone.
Il mattino seguente, sveglia di buon mattino, mi godo il cielo azzurro e l’aria frizzantina studiando l’originalità della situazione. È la prima volta che faccio colazione da sola e il silenzio che mi circonda, interrotto da grida di bambini o l’abbaiare di un cane, mi stordisce e intimorisce: alzo la radio per distogliere i pensieri negativi e torno di buon umore ascoltando i Negramaro rotolare verso sud. Carico le borse della bici e porto con me un ombrellone che non si sa mai: non dovessi trovare un riparo o quattro pali per attaccare il telo, almeno potrò pranzare all’ombra. Ci sono già diverse bici all’ombra dei pini, vicino al viottolo ghiaioso, ma preferisco addentrarmi un po’ per legare la bici in luogo più nascosto. Carica come una mula, fatico un po’ camminando sulla sabbia morbida fino ad arrivare a quella più compatta del bagnasciuga e allontanarmi dall’ingresso alla ricerca di un posto che faccia al caso mio. Percorsi due o trecento metri, vedo un abbozzo di capanno ad una cinquantina di metri da una coppia con un cane, che se ne sta pacifico all’ombra di un bel capanno spazioso. Quello che ho scelto non è che un incrocio di alcuni rami dritti e altri contorti che creano una copertura sufficiente a riparare zaino, cibarie, acqua e accogliere una persona seduta. Mi piazzo per bene, stendendo il telo con la lunghezza verso il sole che già fa scottare la sabbia, nonostante non siano ancora le dieci. Vado a sentire l’acqua del mare, piatto come una tavola e, anche se piuttosto fredda, m’immergo fino al collo per sciacquare il sudore della passeggiata prima di sdraiarmi come una lucertola. Via il pezzo sopra e ridotto al minimo indispensabile lo slip, che sembra in filo interdentale, mi abbandono al calore dei raggi dorati. Tutto tranquillo e senza rotture fino a quasi mezzogiorno, poi arrivano un paio di famiglie romane e la pace finisce… urla, schiamazzi, risate a squarciagola e via rompendo! Sarebbero state anche allegre se non fosse che tutto è a dir poco eccessivo, per non dire di quando cominciano a giocare a pallone, naturalmente proprio davanti alla mia postazione, quasi che il babbo che guida la squadra volesse approfittarne ogni tanto per gustarsi l’occhio. Mi rigiro a pancia in giù cercando di pensare ad altro ma mi torna in mente l’episodio dell’anno scorso quando ho mandato affanculo un cretino ed il “suo bambino”!!! Considerando che non ho ancora un minimo di fame, prendo il marsupio con le cose di valore, infilo la maglia per non dar soddisfazione al maschio adulto e mi avvio in direzione del nostro posto preferito per vedere com’è la situazione. In breve, i pensieri negativi se ne vanno e penso fra me e me: ‘Magari ci trovo quella bella signora bionda che, da sola, veniva a prendere il sole nuda proprio vicino a noi…’ e mi vien da ridere pensando a quando la raggiungeva il marito che invece se ne restava sempre vestito, nonostante ci vedesse fare il bagno nudi. Non mi accorgo nemmeno del tempo e supero facilmente anche i punti più faticosi, quelli in cui c’è più pendenza nel bagnasciuga o si tende ad affondare nella sabbia asciutta: mi sembra di essere appena partita che sono già al passaggio da cui giungiamo in spiaggia normalmente. Proseguendo, dopo aver superato il riparo che ha allestito Lorenzo nei giorni scorsi, per nasconderci ai passanti, arrivo all’altezza del nido ormai mezzo crollato a causa delle burrasche che ne hanno eroso la base. Il nido è il nome con cui viene chiamata la postazione pianeggiante sopra la duna, riparata da una costruzione fatta di legni incastrati a creare uno scudo che protegge prima di tutto dal vento ma anche dagli sguardi di chi passeggia a riva: assomiglia all’intreccio di rami con cui gli uccelli costruiscono il giaciglio per le loro uova. Poco dopo, proprio davanti l’accesso alla duna dietro la quale c’è il nostro paradiso del sesso, trovo quattro pali disposti in quadrato, perfetti come supporto al telo ombreggiante. Il cuore esulta al pensiero di venire qui domani: sarà sufficiente portare il telo e gli elastici per attaccarlo, come ho visto fare tante volte a Lorenzo, e la postazione sarà bell’e pronta in un baleno. In più c’è già un grosso tronco alla base dei due pali più vicini alla duna, utile per appoggiare la schiena, ma che farà anche da riparo agli sguardi dei passanti. Unico neo dovrò svegliarmi presto per arrivare prima possibile ed evitare che qualcuno se ne appropri prima di me. Faccio un altro bagno ristoratore prima di ritornare alla mia postazione dove pranzo e trascorro il pomeriggio, più o meno tranquillo a seconda degli schiamazzi che arrivano a singhiozzo. Rientrando al camper saluto Marisa, preoccupata di sapermi sola, ora rasserenata e felice nel vedermi stanca ma allegra per la giornata di sole e mare appena trascorsa in spiaggia.
Dopo una notte tranquilla e riposante, una colazione veloce, sono pronta a partire un’ora prima del solito con l’aria ancora frizzante e fresca che ogni tanto provoca un po’ di pelle d’oca. Avvicinandomi al passaggio che accede alla spiaggia, sento il caldo abbraccio che mi avvolge e mi riempie di energia. Stranamente, non sono per nulla preoccupata di essere lì, da sola, come mi sentissi protetta dallo Spirito della Duna. Rinforzo la base dei pali buttandoci dell’acqua e il telo è bello teso; mettendo lo zaino sopra l’asciugamano dietro il tronco, controllo che dalla riva non si veda nulla così posso starmene nuda senza che nessuno si accorga della mia presenza. Per il momento la spiaggia è deserta e ne approfitto per fare il primo bagno completamente spogliata, così da non bagnare lo slip, per poi stendermi a farmi rosolare dai raggi del sole ancora tiepidi del mattino. Posso addirittura spalmarmi la crema stando in piedi ma, senza Lorenzo, devo arrangiarmi al meglio per la schiena. Prima di sdraiarmi, prendo uno slip con i lacci utile a coprirmi velocemente nel caso dovesse avvicinarsi qualche curioso. La temperatura cresce con il passare del tempo, come pure il passaggio di gente, ma per fortuna una leggera brezza mi rinfresca e riesco a resistere al sole piuttosto a lungo. Almeno fin tanto che non sento le gocce di sudore colare alla base del seno e dalle ascelle: mi alzo per bere un po’ d’acqua prima di andare di nuovo in acqua. Purtroppo, stavolta devo indossare lo slip per l’avvicinarsi di diverse persone da entrambe le direzioni… niente rispetto a ieri, quando mi facevo riguardo anche solo a stare in topless per la presenza di bambini con mamme assolutamente pudiche. Meglio comunque evitare di farsi notare, oltre a quanto già non succeda ad una donna sola con le tette al vento. Me ne sto in acqua per un bel po’, prima perché l’acqua è parecchio fredda e ci metto parecchio a “prenderla”. Poi perché penso ‘fatta la fatica di abituarmi, ora me la godo più a lungo possibile!’. Mi metto a nuotare per un po’ prima di fermarmi e scoppiare a ridere: mi accorgo che sto girando attorno allo stesso punto e mi vedo, come fosse presente, la faccia di Lorenzo che mi guarda compassionevole, suggerendomi per la millesima volta di spingere in modo uniforme con entrambe le braccia per non girare in tondo come un pesce rosso! Allora cambio attività: mi metto a saltellare e faccio la mia sequenza di esercizi fin quando, come al solito, devo fermarmi perché mi cade lo slip; così lo lego al polso per evitare di perderlo. Alla fine della serie, ripetuta due volte, prima di risalire, passeggio un po’ su e giù che fa bene per tonificare le cosce! Mentre sorrido delle mie piccole manie, mi accorgo che sul riparo costruito da Lorenzo, si sta piazzando un uomo: continuo a camminare mentre osservo come stia cercando di creare una copertura incrociando tre bastoni non molto lunghi. Dopo alcuni tentativi il risultato è una piccola ombra sufficiente a riparare solo lo zainetto. ‘Se non è una lucertola, non resisterà mai al sole cocente delle ore centrali’, rifletto, perciò non mi preoccupo nemmeno di controllarlo, convinta che se ne andrà piuttosto rapidamente. Indosso di nuovo lo slip prima di risalire mentre cerco con lo sguardo il punto in cui ho lasciato i sandali, indispensabili per affrontare la sabbia che, se prima scottava, ora è incandescente! Giusto per farmi un’idea del tizio che si è piazzato relativamente vicino, lo osservo senza farmi notare mentre mi asciugo le mani ed il viso all’ombra del mio telo, prima di indossare gli occhiali e spalmare altra crema nei punti più delicati. Per quanto la distanza consenta, sembra un bel tipo. Non riesco a vedere nei particolari ma, mentre si rialza dopo aver steso a terra un telo ed esce dal riparo, sembra avere davvero un bel fisico. Longilineo, spalle larghe, gambe magre, fisico da nuotatore, pare. Capelli mossi e chiari (o biondi o molto brizzolati) niente barba: naturalmente si mette nudo ma non è per questo che mi coglie un brivido lungo la schiena... era scontato. ‘Che strani effetti fa il calore che sale dalla sabbia’ penso in prima battuta, poi mi chiedo ‘sono immagini deformate o sono i miei occhi che hanno le traveggole?’. Mentre saltella veloce verso la riva per andare in acqua, mi sembra di vedere un grosso batacchio oscillare da una parte all’altra: se non è una stortura quella che percepisco si tratta certamente di un cazzo notevole! Ecco da dove viene il brivido…distolgo il pensiero per riordinare le cose, dare un’occhiata al cellulare per controllare che non ci siano messaggi o chiamate perse e accorgermi che è già quasi l’una, cercare come al solito gli occhiali che non ricordo dove li ho ficcati, bere un po’ d’acqua e quindi nuovamente sdraiata, dopo essermi sfilata lo slip ed averlo appeso ad asciugare su di pezzo di canna che pianto nella sabbia, a portata di mano. Prima di ricadere nell’oblio dell’abbraccio solare, mi chiedo se il tizio mi abbia visto, se si sia accorto che sono sola e prendo il sole nuda. Chissà se manterrà la distanza o, come spesso capita, comincerà a far su e giù per buttare l’occhio o, peggio, proverà ad avvicinarsi per importunare. Il bacio caldo dei raggi sulla passera tutta liscia fa svanire le preoccupazioni e mi lascio andare ad un appagante dormiveglia, che stavolta però non dura molto: un po’ per il calore sempre meno attenuato dalla brezza quasi sparita, un po’ per la fame che comincia a farsi sentire. Mettendomi seduta per guardarmi attorno, si confermano le regole delle ore centrali e più calde: al diradarsi dei passeggiatori corrisponde il passaggio del solito runner che masochisticamente attraversa la spiaggia correndo con addosso uno slip (o un bikini se donna), un paio di scarpette e l’immancabile porta cellulare attaccato al bicipite del braccio. Prima di alzarmi, lascio passare l’unico che vedo arrivare di buona lena dalla mia sinistra, evitando così di dover indossare lo slip umido. A parte il tizio di cui vedo solo la postazione con il treppiede, non c’è nessun’altro perciò ne approfitto per entrare nuda in acqua e togliermi il sudore prima di pranzare. Rimpiango un pochino la seggiola sulla quale Lorenzo siede per leggere il giornale o fare i sudoku e che mi cede sempre al momento di mangiare. Sarebbe stato un carico eccessivo portare anche quella. Per fortuna c’è il tronco bello grosso, che a quest’ora è completamente all’ombra, sul quale posso appoggiare la schiena, dopo aver preso il frighetto con le cibarie e acceso la cassa bluetooth per avere il sottofondo musicale… meno male, ci sono anche le posate che per un momento avevo dubitato di aver preso. Non faccio a tempo a gustare il primo boccone della mia insalatona di ceci, avocado, finocchio e mele con qualche spicchio d’arancio spezzettato, che vedo avvicinarsi il vicino di postazione. Indossa un gonnellino simile a quello che si è preso Lorenzo in Corsica e porta lo zainetto in spalla. Non vedendo più il treppiede sorrido fra me e me per la correttezza della previsione: non ha resistito al sole cocente e se ne torna sconfitto. Continuo ad osservarlo mentre arriva quasi di fronte alla mia postazione, cercando inutilmente di cogliere qualcosa tra le pieghe del gonnellino ma, mentre sono distratta da questa curiosità, lui devia decisamente verso di me cogliendomi di sorpresa. Circondata dagli oggetti e con la vaschetta in mano, non ho nemmeno la possibilità di coprirmi e per non apparire sguaiata posso solo accavallare le gambe: mi fa un cenno con la mano come per tranquillizzarmi mentre accenna ad un sorriso. Si ferma all’altezza del telo riparando così il capo ed il viso prima di dire: “La prego di scusarmi se disturbo e le assicuro che non ho alcuna intenzione di essere invadente o sfacciato”, poi attende qualche secondo la mia reazione, stupita ma non ostile. Sono un po’ irritata e preoccupata, ma ha dei bei lineamenti e la sua voce mi riporta un dolce accento toscano, privo di arroganza o pretestuosità… sembra sincero; perciò, lo lascio proseguire senza bloccarlo; faccio solo un cenno alzando il mento come per dire ‘e quindi?’. Prosegue: “Li ho montati io questi pali ieri a mezzogiorno, ben sapendo che senz’ombra non si può resistere a Ferragosto. Ovvio che non posso reclamarne la proprietà e ne ho cercati altri per farmi un altro riparo ma purtroppo sono gli unici nel circondario”. “E quindi?” ora esplicitamente per tagliar corto, “Quando ho visto che è sola ho sperato se ne sarebbe andata all’ora di pranzo immaginando dovesse raggiungere la famiglia o il marito, perciò ho resistito finora…”. Non capisco dove voglia parare e non accenna a sbrigarsi perciò, rischiando di sembrare antipatica, rinnovo in tono sbrigativo: “Allora dovrà essere lei a tornare dalla famiglia o dalla moglie…”. “Veramente sono un tipo solitario e non ho nessuno che mi aspetta” poi addolcendo ancor più la voce, “consapevole che potrà pensare che ci stia provando, ho pensato che valesse comunque la pena di provare a chiederle ospitalità, per poter pranzare all’ombra. In fondo non chiedo molto, solo un angolo del suo spazio, giusto il tempo di mangiare qualcosa al fresco. Poi toglierò il disturbo… promesso!”. Mentre rifletto velocemente sulla risposta, è lui ad aggiungere un’altra pedina, “e prometto che non proferirò parola se non sarà lei a chiederlo”. Devo ammettere che gli argomenti sono convincenti, presenza e modi signorili lo rendono credibile oltre che attraente e come non bastasse gli sono in debito perché effettivamente i pali mi hanno fatto molto comodo e risparmiato tanto tempo che ho potuto sfruttare sdraiata al sole o in acqua. Non riuscendo a essere insensibile e cinicamente egoista, cedo e acconsento: “Messa in questo modo, in effetti le sono debitrice… perciò le concedendo ospitalità ma con alcune condizioni. La prima: dovendo pranzare uno accanto all’altra, chiudiamo qui i convenevoli e passiamo al tu. Seconda: siccome odio il silenzio fra le persone come pure mangiare con gli sconosciuti, esigo mi racconti chi è, come mai qui, come conosce questo posto, eccetera. E per ultima: vorrei sfruttare la circostanza per evitare che altri soggetti di passaggio tentino un approccio, anche se finora mi è andata bene. Ovviamente non è credibile che io me ne stia nuda e tu coperto, perciò, se vuoi restare togliti quel gonnellino”. “Nessuna eccezione da parte mia!” conferma rilassandosi e avanzando leggermente per appoggiare lo zainetto ed avere le mani libere: scioglie il laccio del gonnellino e lo lascia cadere a terra mentre mi guarda negli occhi per catturare le mie reazioni. “Attendi un attimo che mi sposto di lato per farti posto qui a fianco” consiglio, “così potrai appoggiare la schiena anche tu”. Tengo abbassata la testa mentre mi sollevo sulle braccia per spostare di lato il sedere ma non riesco a togliere gli occhi dal suo pube da quale pende un attrezzo, a dir poco fenomenale. Resto quasi paralizzata per un istante e mi rendo conto che lui se n’è accorto di sicuro! “Uff! che caldo!” esclamo, per giustificare il rossore al viso e lui di contro sorride compiaciuto, sia per l’apprezzamento non manifesto che per il tentativo di mascherarlo. Sicché, ormai sgamata, resto a fissarlo mentre si siede e ricambia con il suo fissare le tette e la passera tutta depilata. Se possibile, da vicino è ancor meglio di quanto immaginassi. Abbronzato uniformemente, segno che è abituato al naturismo, gli occhi chiari tra il verde e l’azzurro, i capelli sono biondo brizzolato, a indicare un’età sulla cinquantina, forse qualcuno di meno. Altra qualità: è praticamente senza peli sul corpo, se escludiamo una minima peluria sul petto. Si notano i muscoli tutt’altro che accentuati e una minima pancetta che appare solo da seduto, piuttosto che un difetto è la giusta cornice alla maturità. Ma quel che più colpisce è di nuovo il suo cazzo, anzi ‘cazzone’: proporzionato in eccesso, è lungo e grosso, scuro, liscio, completamente privo di peli anche nel pube, con una cappella più chiara a completarne la forma perfetta e due palle sulla quali si appoggia spostandole leggermente di lato. “Ciao e grazie ancora per l’ospitalità!” esordisce per rompere il ghiaccio, “mi chiamo Giovanni ma gli amici mi chiamano Don”. “Ciao e benvenuto. Mi fa piacere che tu sia qui. Io sono Sara, ho più di cinquant’anni, un marito e due figli ormai grandi. Amo questo posto che frequento da moltissimi anni e sono sola per qualche giorno a causa di un contrattempo di mia sorella. E così saresti un ‘Don’ Giovanni’ ?”. Lascia decantare un po’ la mia domanda mentre estrae dallo zaino un sacchetto con dei panini e della frutta, poi riprende guardandomi negli occhi: “Così mi chiamano gli amici. Forse perché sono invidiosi del mio essere single e spesso a contatto con belle donne. Non ho mai voluto legarmi a qualcuna per timore di perdere la libertà o perché non ho mai avuto la fortuna di trovare l’anima gemella, quella persona che mi facesse perdere la testa; perciò, gli amici mi vedevano ogni volta con una diversa e così è nato il soprannome”. “La modestia non è il tuo forte” evidenzio, “ma almeno non fingi un’umiltà che suonerebbe irreale con un fisico come il tuo! E immagino quante facciano carte false per portarti a letto… Ma dimmi cosa ti porta qui?”. “La prima cosa in comune: un contrattempo anche per me”. “Cioè?” incalzo curiosa. “Di mestiere faccio lo skipper, cioè, porto le barche di facoltosi personaggi e li accompagno nelle destinazioni da loro scelte. Il mio compito è tracciare le rotte, organizzare l’equipaggio, rifornimenti, manutenzione e con quelli più assidui, ormai quasi amici, predispongo anche il tempo libero per garantire divertimento e serenità alla loro vacanza. Purtroppo, un guasto all’imbarcazione che dovevo portare a Piombino per imbarcare i signori Smith in arrivo da Londra, mi costringe qui in attesa delle riparazioni. Sono una splendida coppia, amante della Toscana e amici di Sting: da anni li accompagno a visitare l’arcipelago per scoprire angoli di paradiso fra le varie isole, dall’Elba al Giglio”. “E adesso come fai…”, “Me ne sto qui e mi godo un po’ di riposo. Fortuna che Sting è all’estero e ha offerto la villa agli Smith per trascorre i giorni d’attesa. Diversamente avrebbero dovuto noleggiare e attrezzare un’altra imbarcazione, che non sarebbe stata la loro: essendo metodici come tutti gli Inglesi ne avrebbero sofferto. Invece mi è bastato organizzare dei tour fra borghi, terme, golf e passeggiate a cavallo per ingannare il tempo e non far patire alla signora Smith la mia mancanza”. “Apperò!” sottolineo “mi è capitato un nobile navigatore che non perde occasione per mettersi in risalto!”. Stavolta lo fisso io dicendo: “Chissà quanto di vero c’è in quel che mi racconti, ma è bello comunque immaginarti al timone di un’imbarcazione di lusso”. Poi sempre più curiosa: “Ma non mi hai spiegato come mai, con tutti i posti spettacolari che conosci, sei venuto proprio qui”. “Primo perché io son nato qui e ho ancora il capanno che era dei miei genitori. Secondo perché la barca degli Smith sverna in questa darsena ed adesso è in cantiere per cercare il guasto e ripararlo: siccome ho chiesto priorità assoluta, pagandola un occhio della testa, è inutile andare altrove quando potrebbero chiamarmi da un momento all’altro. Per ultimo, è una vita che non venivo in questa spiaggia… da quando ero ragazzino e con gli amici costruivamo i capanni per portarci le ragazze di sera”. Anche lui però è curioso: “E tu invece… come mai qui?... hai detto che ci vieni da anni ma, a parte la spiaggia che ha il suo fascino, non c’è un gran che nei dintorni”. “Siamo camperisti da oltre vent’anni e naturisti da parecchio. Fin dalla prima volta che siamo capitati qui, per caso, abbiamo percepito una sensazione particolare che si è ripetuta nel tempo… per noi in questo posto, proprio qui dove siamo adesso, c’è qualcosa di magico, quasi un’energia cosmica per chi ci crede… Eppoi, è uno dei pochi posti ben attrezzati per i camper dove, senza scalare monti o possedere natanti, a bordo di una bici puoi raggiungere una spiaggia dove praticare il naturismo senza troppe rompiture: non ci sono tanti guardoni o invadenti come dalle nostre parti ed è sufficiente sormontare qualche tronchetto per creare un riparo dalla gente che passeggia sul bagnasciuga e poter star nudi senza infastidire gli altri, soprattutto le famiglie con bambini. Fuori stagione ci si può riparare sulla duna… insomma non perdiamo occasione per tornar qui a rinfrancarci!”. I crampi di fame interrompono quasi sincronicamente la nostra conversazione e, concordi, ci dedichiamo alle vivande. Mentre riapro la mia insalatona, sono indecisa se tirar fuori anche la mia birretta, ma poi ‘chissene frega!’ È ancora bella fresca e non vedo l’ora di gustarmela anche se, per galateo, ne offro prima all’ospite di classe: “Signor Comandante, gradisce un po’ di birra fresca?”, “No thanks, Miss Sara. Preferirei gustare qualcos’altro ma non posso” replica lui stando al gioco e aggiungendo quella frase che allude a qualsiasi cosa, dal cibo al sesso. Continuo a mangiare fingendo di non aver colto la provocazione, mentre lui addenta il suo panino imbottito con un salume e delle verdure. “Grazie davvero” ripete fra un boccone e un altro, “da anni non bevo alcool di giorno, soprattutto per il lavoro. A cena invece non manca mai un po’ di vino, birra o altro, a seconda del paese in cui mi trovo, e possibilmente anche un dolce digestivo!”
‘Ancora un’allusione?’ mi chiedo, ‘probabile, in effetti’. È abile nell’utilizzare frasi aperte a più interpretazioni per indurmi a pensare al sesso, stuzzicando la mia libido per aumentare l’eccitazione inconscia. Sento un fremito fra le gambe e mi accorgo che ci sta riuscendo perfettamente! Terminate le pietanze, su di giri per effetto della birra, passo al contrattacco: mi allungo appoggiando le spalle sul tronco, divaricando un po’ le gambe per compensare la spinta del tronco e non scivolare distesa. Lui osserva con occhi a metà fra curiosità e desiderio, e il pisello appoggiato sul telo a terra più gonfio di prima, o almeno così mi sembra. Non c’è altro modo per scoprirlo che andar dritto al sodo: “Ma allora, cosa volevi dire prima? Che cosa preferiresti gustare ma non puoi?” e poi butto lì a stemperare “Io berrei del caffè ma l’ho scordato in camper stamattina”. “Davvero non hai capito?” rimpalla lui, rispondendo con un’altra domanda. “Magari avresti desiderato un’aragosta o degli scampi, che ne so!” svicolo, fingendomi ingenua e vedere fin dove osa. ”Acqua alta!” esclama divertito prima di andar dritto al sodo “mi sarei gustato la tua passera! Dev’essere molto saporita grazie al sale marino e così liscia è molto invitante!” poi precisa, “però non posso, perché ho promesso che non ti avrei importunato, che non sarei stato invadente o sfacciato, l’ho detto dolo perchè l’hai chiesto tu…”. “Beh… se non sfacciato, sei stato allusivo e provocante, proprio come un Don Giovanni! Ma devo ammettere, non certo fastidioso o irritante”. La mia risposta aperta, priva di blocchi o negazioni, lo lascia nel dubbio e lo costringe ad un altro passo e da bravo corteggiatore rimpalla di nuovo con altre domande, tese ad ottenere il benestare a scoprire le carte: “Sei sicura che non ti ho infastidito? Che non sono stato inopportuno?”. La mia espressione, con stampato negli occhi un silenzioso ‘tu che dici?’ fa cadere ogni remora. “Peccato davvero!” esclama facendomi temere per un attimo in una rinuncia alla schermaglia, “se non ci fosse tutta questa gente che va su e giù, se la spiaggia fosse deserta, ti proporrei di lasciarti accarezzare, leccare, magari scopare. Penserai che sia presuntuoso ma so il fatto mio e ne saresti molto soddisfatta: come del resto tutte le donne che mi si concedono, mi apprezzano e non perdono occasione di ripeterlo”. ‘Molto sicuro di sé indubbiamente!’ penso fissando esplicitamente il suo cazzo che sta prendendo forma con l’allungarsi dell’asta: sembra quasi finto da quanto è perfetto, tanto da farmi perder il controllo! Non riesco a trattenermi dal lanciare la sfida: “Peccato proprio!” esclamo facendolo trasalire per il dubbio sul possibile seguito negativo tipo ‘Solo che non me ne può fregar di meno di fare sesso con un maschio alfa come te!’. Lo lascio sospeso qualche attimo prima di proseguire: “Sarebbe piaciuto anche a me scoprire se davvero ci sai fare come dici e ti vanti, magari a riva con la brezza fresca che attenua i bollenti spiriti! Ma a Ferragosto è fuori discussione”. La sua reazione è immediata ed evidente: il cazzo scatta verso l’alto indurito e mi sorprende vedere che nonostante la piena erezione, non è per nulla nodoso. Completamente liscio, con il tronco più largo alla base che si riduce di poco all’attaccatura della cappella, grossa quanto la base, affusolata e di una tonalità rosa antico in contrasto con l’asta marron scuro: la forma perfetta per qualsiasi penetrazione!
Lo lascio ripassare nel suo brodo per un paio di minuti mentre cerca un’idea per sistemare una barriera dietro la quale scopare piuttosto che rinunciare e trovare il modo di placare l’eccitazione… Osservo mentre si gira verso il nido crollato, magari pensando di ricostruirlo in quattro e quattr’otto per avere il necessario riparo, ma subito si rende conto che, anche riuscisse a farlo rapidamente, sarebbe impossibile resistere al troppo caldo. È smarrito come un bambino cui si è rotto il giocattolo! Alla fine, sollevando il busto per mettere in risalto le tette, allargo ancor più le gambe, richiamando la sua attenzione: i suoi occhi brillano disperati mentre fissano la fighetta leggermente socchiusa. Solo allora gli sussurro: “Spero ne valga la pena!” e mentre mi guarda allibito, raccolgo la cassa e la spengo prima di metterla nello zaino assieme al secondo telo. “Prendi la tua roba e vieni con me… ti mostrerò il nostro paradiso segreto”. Appena il campo è libero, mi alzo e prendo lo zaino, infilo i sandali poi mi dirigo verso la duna dietro di noi e ne risalgo la china, seguita dall’incredulo Don Giovanni. Percorso il breve tratto che permette di superare la rete di sbarramento completamente ricoperta dalla sabbia si scende ad una radura nascosta da bassi e folti pini, il nostro posto segreto, teatro di mille scopate: all’ombra dei pini il clima è ideale e si è sufficientemente nascosti per fare sesso senza preoccuparsi di essere visti: Scoperto per caso cercando il posto per un bisogno impellente. Stendiamo i teli per poterci sdraiare in un punto privo di aghi. “Che te ne pare?” chiedo fissandolo negli occhi, “pensi vada bene per farmi vedere di cosa sei capace?... non vorrei che poi trovassi la scusa della scarsa comodità!”. “Perfetto!!!” esulta lui, “poi mi racconterai come avete trovato quest’angolo di paradiso, ma adesso sdraiati, chiudi gli occhi e lascia fare a me”. Eccitata da morire e curiosa di scoprire cosa mi riserva quell’affascinante sconosciuto, attirato da una donna di mezz’età, certamente non all’altezza delle strafiche aristocratiche che sarà abituato a scoparsi, mi stendo con le gambe leggermente divaricate e metto lo zaino sotto la testa come cuscino. “Così è troppo alto” mi dice prima di sollevarmi la testa con una mano per sostituire lo zaino con i suoi pantaloni arrotolati dove appoggio la nuca. Mi sfiora il viso con la mano morbida e ruvida al tempo stesso, poi scende lungo il collo e passa in mezzo al seno: “Che splendide tette!” sottolinea, soffermandosi ad accarezzarle prima di circondarle con entrambe le mani solleticando i capezzoli con la punta delle dita, “meglio di tante trentenni che se la tirano…”. Poi scende verso i fianchi e dopo aver sfiorato il pube accarezza la parte superiore della passera provocando l’innalzamento del bacino quel tanto da poterci infilare sotto una mano. Apprezzo la forza con cui mi tiene sollevata con un solo braccio mentre infila sotto un telo ripiegato. Mi viene spontaneo raccogliere le gambe ma lui le riaccompagna fino a che son distese, accarezzandole in tutta la lunghezza fino ai piedi che ripulisce dolcemente dalla sabbia: li bacia piano piano, uno alla volta, risalendo verso le cosce. Sento il suo alito caldo, il ruvido della barba che ricresce, e istintivamente allargo al massimo le gambe per offrirgli la fighetta già umida. Lui però la sfiora soltanto con le labbra, si appoggia invece sulla sommità del pube per risalire lentamente all’ombelico dove infila la punta della lingua provocandomi un misto fra solletico e brivido, molto eccitanti. Prosegue poi fino a seno dove si sofferma appoggiando il viso nel mezzo, con gli zigomi che spingono di lato separando le tette, quindi, si solleva per circuirle con la punta della lingua fino a titillare i capezzoli e li succhia, quasi mordicchiandoli. Mi sta togliendo il respiro, perciò gli afferro la testa ed accarezzando i capelli mossi, la sollevo e sussurro: “Così è troppo forte…”. Mi guarda negli occhi con un cenno di assenso e riprende a salire, spostandosi un po’ più su: mentre mi bacia sul collo e sulle spalle, la cappella arriva a contatto con le labbra dischiuse e umide della passera, provocandomi un brivido di piacere che percepisce anche lui: muove piano il bacino per strofinarla per bene fino a schiacciare il bottoncino scatenando brividi a ripetizione e una voglia matta di farla entrare dentro di me. Raccolgo le gambe e ruotando il bacino cerco di puntare la vulva sul suo grosso attrezzo che non vedo l’ora mi spalanchi tutta, pur sapendo che mi provocherà un po’ di dolore. Lui finge di assecondarmi lasciando che la punta si appoggi sull’apertura allargandola appena, ma poi arretra e mi bacia sulle labbra. Non apro la bocca; non mi piace il bacio profondo, soprattutto con uno sconosciuto e lui lo intuisce immediatamente evitando di insistere: devo ammettere che non è da tutti proseguire senza la minima incertezza nonostante il rifiuto. Continua a stuzzicarmi la fighetta bagnata con la cappella senza mai spingere oltre mentre riprende a scendere con i baci sui seni fino a staccarsi anche con il bacino, ritornando piano verso il pube. Disegna con la punta della lingua una doppia esse tra lo sterno e l’attacco delle cosce per finire proprio sopra la clitoride: allora con entrambe le braccia solleva le mie gambe, il bacino ruota all’indietro appoggiandosi sul telo che ho sotto e la schiena si appiattisce a terra. In questo modo la fighetta è proiettata verso l’alto ed è molto più a portata della sua lingua saettante! Arrivato al punto, spalanca completamente la bocca e mi avvolge tutta la passera quasi aspirandola al suo interno e dandomi la sensazione di essere estratta come essenza del sesso. Così facendo, risucchia anche gli umori che sono sgorgati negli ultimi minuti d’eccitazione. Dopo aver assaporato profondamente, lascia andare il tutto con uno schiocco che mi fa trasalire per quella frazione di secondo che passa prima che ci infili tutta la lingua. Sento la sua punta arrivare quasi al mio punto G, rotea tutt’intorno ad accarezzarne le pareti poi continua con un su e giù a simulare la scopata. Per ultimo si spinge ancor più in basso a leccarmi il buchetto, passando fra le increspature. Quando si stacca sollevando la testa riapro gli occhi e lo vedo inumidirsi le dita della mano prima di infilarne uno fra le grandi labbra, spingendolo dentro per farlo scorrere su e giù mentre succhia piano il bottoncino. È perfettamente padrone delle mie sensazioni: ha già individuato i punti che più mi sconvolgono e al tempo stesso evita di stuzzicarli troppo. Dopo avermi portato quasi all’orgasmo, che cerco di bloccare irrigidendomi perché non voglio sembrare un’adolescente che viene solo con un ditalino, cerca di distrarmi infilandomi l’altro dito nel culo, saggiandone la morbidezza o, meglio, la rigidità. “Non ci pensare nemmeno!”, imperativo, per fargli capire di non provarci con il buchino, certamente troppo stretto per il suo mega-cazzo. “Non stavo pensando di stuzzicarlo per provarci: so benissimo che non dipende da me” spiega osservandomi e re-infilando il dito nel culo, “Non ho bisogno di provarci: nove volte su dieci è stata la partner a provare ad infilarselo anche lì. Sette su dieci hanno fatto di tutto e ci sono riuscite”. Dopo averlo fatto scorrere un po’, aggiunge “secondo me sei una di quelle sette, ma non si può sapere adesso… comunque sarai solo tu a decidere. Non ho mai costretto nessuna”. Prima di prendere posizione per scopare, si siede sui talloni e mi chiede: “Preferisci che usi il preservativo? Se dici ne ho in zaino. È una cosa reciproca e tu non sembri una dalle mille avventure. Per quanto mi riguarda possiamo far senza. Diverse delle mie clienti, per le quali non sono solo uno skipper, esigono la certificazione di perfetta salute che escluda ogni malattia venerea, aids compreso, effettuata al massimo dieci giorni prima e una di queste è la signora Smith. Se ti fidi possiamo farne a meno ed è sicuramente molto più piacevole… decidi tu”. Non sapendo cosa fare, prendo tempo e rispondo: “Intanto che ci penso, vieni da questa parte e fammelo assaggiare”. Lui si alza e io m’inginocchio davanti al suo spettacolare cazzo, avvicino la bocca per saggiarne la punta e, avvolgendola con la mano, sento la durezza della mazza: le mie dita sono ben lontane dal completare la circonferenza e anche stringendo non cede un millimetro. Mi coglie una certa preoccupazione per la mia povera passerina che finirà per slabbrarsi nell’accogliere in simile attrezzo. Allo stesso tempo mi rendo conto che, anche mi passasse per la testa di provarci, non entrerà mai nel mio stretto buchetto. ‘Quello di Lorenzo, lui sì lo prenderebbe tutto, altro che! E cosa pagherei per assistere allo spettacolo’ penso un attimo prima di cercare di accogliere il glande, spalancando la bocca il più possibile. Che fosse grosso l’avevo già notato osservandolo quando si è tolto il gonnellino, ma solo ora ne colgo la vera misura: non riesco nemmeno a farlo entrare tutto. Dopo averlo leccato e insalivato per bene, solleticato l’asta e le palle indurite, riprovo di nuovo ma si ferma a tre quarti e temo di infastidirlo perché struscia sui denti. Capisce la mia incertezza ed interviene con una spinta leggera mentre mi tiene la testa con le mani e riesce a passare. La cappella è dentro e riempie praticamente tutto lo spazio. Fatico persino a spostare la lingua; arretrando un poco, recupero quanto basta per strofinare la lingua sul frenulo e sulla fessura centrale sentendo chiaramente il sapore salato della mia fighetta sulla quale si è strofinata prima. Normalmente mi dà fastidio sentire il mio sapore ma stavolta mi eccita ancor di più… Stringo le guance ma l’effetto risucchio me la fa arrivare fino in gola, così per poter respirare devo tornare indietro. Anche se minimo, è un su e giù che, intervallato al succhiare, mi permette di ricambiare i brividi che mi ha fatto provare: le mani attorno all’asta mi trasmettono piccole vibrazioni e ulteriore indurimento, segno che gradisce. Ed infatti accompagna il movimento della testa, accarezzandomi i capelli e lasciandosi scappare un “mmmhh” inaspettato. Di solito non mi piace toccarmi e preferisco sia Lorenzo a masturbarmi o leccarmi ma, sentirlo così duro e grosso, m’impedisce di trattenermi dal fare ciò che mi viene spontaneo. Continuo ad accarezzare la mazza con una mano e con l’altra mi tocco fra le gambe stuzzicando il bottoncino e infilando due dita fra le labbra bagnate. “Piano! Vacci piano, bambina” esclama poco dopo, “se continui così mi fai venire!”. Istintivamente sto per fermarmi per evitare che lui venga e finisca il gioco… almeno, così capita a Lorenzo che, dopo essere venuto, si ammoscia e ci vuol tempo per riprendere. Però mi torna in mente che prima si è vantato di essere addirittura uno gigolò e che lo assumono per scopare; perciò, quale miglior prova se non quella di farlo venire, per testare se è davvero uno stallone? Eppoi è da un sacco che non sento il gusto dello sperma e ne ho proprio voglia! Perciò invece di fermarmi, continuo con ancor più impegno, succhiando con maggior vigore. In meno di un minuto s’irrigidisce e mi tiene ferma la testa: l’asta inizia a pulsare soprattutto nella parte inferiore e percepisco le contrazioni corrispondenti ai fiotti di sperma che mi esplodono in bocca. Uno, due e devo già deglutire per non annegare! Ne seguono altri che mi riempiono ogni angolo della bocca ma riesco a mandar giù e con gli ultimi ad assaggiarne il gusto, meravigliandomi di quanto mi piace. È caldo, consistente come una cioccolata, molto simile e gradevole anche il gusto dolce-salato. Mi piace talmente tanto che, oltre a non farmene scappare una goccia, aumento il movimento dalla mano fra le gambe e vengo anch’io in un orgasmo che mi fra tremare le cosce. Risucchiate le ultime gocce, lo lascio uscire dalla bocca anche perché sto ansimando per la goduria e ho bisogno di respirare a pieni polmoni. Nel frattempo, lo trattengo con la mano mentre lo lecco tutt’intorno come un gelato, per raccogliere anche le ultime tracce di quel liquido squisito. “Urca!” commenta lui gratificato dal trattamento, “notevole davvero! Non mi sarei mai aspettato una meraviglia del genere da una boccuccia così piccola…”. Ora sono io a sedermi sui talloni e lo guardo mentre riprendo fiato: non riesco a staccare gli occhi dalla sua verga ancora svettante, con la cappella lucida della mia saliva. “Chissà se anche la tua fighetta è capace di altrettante meraviglie? Per non dire del culetto…”, si fa scappare soddisfatto mentre si accuccia venendomi vicino. Mi accarezza i capelli e poi scende sul seno, strofinando con i pollici i capezzoli ancora turgidi. “Ti va di provarci?”. Risvegliandomi dalla trance, annuisco con un cenno del capo, “Certo che mi va. Non aspetto altro!” ma poi preciso “però scordati il mio culetto!”. “Ok, si fa solo quello che ti va. E non mi sembri una che si tira indietro se vuole qualcosa!”, poi aggiunge “qual è la tua posizione preferita? Quella da cui vuoi iniziare…”. “La mia preferita è da sdraiata con lui che mi prende da davanti, ma una stanga come la tua non l’ho mai provata… forse è meglio se ti metti sdraiato e io mi ci metto sopra, così riesco a regolarmi e a farla entrare piano, man mano che la passera si dilata”. In quella posizione però non vedo il suo attrezzo e chissà perché mi viene il dubbio: “È ancora abbastanza duro da riuscire ad entrare e farmi godere meglio della tua lingua o delle mie dita?”. “Eccome no! Durissimo…” risponde stendendosi a fianco, “quindi mi sembra di capire che continuiamo senza preservativo”. “Si… non voglio perdermi nulla” confermo ormai senza remore. “Allora è meglio che me lo insalivi di nuovo per farlo scivolare meglio, sennò potrebbe farti male”. “Sempre modesto, eh!” sottolineo, “però hai ragione, è meglio lubrificare. Ho qualcosa di meglio della saliva… e poi non vorrei rischiare che ci prenda gusto e mi venga in bocca un’altra volta”. Mentre cerco la crema nello zaino, non molla un punto e replica: “A proposito di modestia, vero? Mi è sembrato sia piaciuto anche a te!” poi aggiunge, “comunque non l’ho detto per esaltare le mie doti, ma per cercare di gustarci al meglio ogni attimo di questo pomeriggio eccezionale”. “Allora ti chiedo scusa e ti ringrazio” rispondo sommessamente, versandomi la crema sul palmo. La spalmo sul suo cazzo, che durissimo svetta dal pube inclinato a 45 gradi, massaggiandolo delicatamente in tutta la lunghezza e lasciandone una buona quantità sul glande: “Sei davvero premuroso! Però è vero: non ricordo nemmeno l’ultima volta che ho deglutito dello sperma ed in generale non mi è mai piaciuto. Invece stavolta me lo sono sorbito tutto e, devo ammettere, mi è piaciuto un sacco!”. Mentre lui osserva con le braccia incrociate dietro la testa, mi passo della crema anche fra le grandi labbra, un po’ all’interno, e mi eccito nuovamente al pensiero di sedermi sopra quella mazza, davvero molto dura. Fortuna che la cappella è leggermente più morbida, della stessa consistenza di quello di lattice che uso qualche volta, cedevole ma inesorabile nello spessore complessivo. E l’eccitazione mi spinge a spalmare la crema anche sul buchetto. ‘Questo tizio mi fa proprio perdere la testa!’ penso, ‘devo essere fuori come un balcone per immaginare di provarlo anche nel culetto’. Al termine, appoggio le mani sul suo torace e mi metto a cavalcioni sopra di lui: avanzo con il bacino per portare l’apertura della passera sulla cappella e, correggendo l’angolatura della mazza con la mano, lo abbasso quanto basta per puntarla proprio al centro. La punta si fa largo facilmente agevolata dalla crema che riduce al minimo l’attrito e la dilatazione è piacevole fino a circa la metà del glande. Poi le pareti dell’orifizio cominciano a tendersi troppo e, a tre quarti della larghezza, il bruciore intenso mi avvisa di essere arrivata quasi al limite. Mi fermo e risalgo qualche millimetro fino a che sparisce; quindi, torno a scendere fino al punto critico, ripeto più volte il movimento ma senza riuscire ad aumentare la penetrazione. Comincio a preoccuparmi per la mia fighetta e mi consola il fatto che non sento maggior fastidio sul lato sinistro che spesso mi fa dannare anche quando scopo con Lorenzo. Dopo altri tentativi il sudore della fronte tradisce il mio blocco ed allora interviene Giovanni: “Calma ragazzina!”, mi ordina con voce dolce e delicata mentre mi accarezza i seni, “facciamo così: adesso ti aiuto sostenendoti da sotto con mani in modo che tu non faccia troppa fatica a sostenerti sulle cosce. Nel frattempo, cerca di rilassarti mentre vai su e giù. Poi quando sentirò che sei pronta conterò fino a tre e ti lascerai cadere semplicemente”. Mi appoggio con le mani sul suo petto per sostenermi meglio sia perché, quando mi tocca i capezzoli mi fa perdere le forze, sia perché il pensiero di impalarmi come dice mi terrorizza. ”La fai facile tu!” rispondo fissandolo negli occhi quasi nel panico, ma lui sempre calmo e tranquillo, insiste “Fidati… non mi hanno soprannominato Don a caso!” e prima di terminare la frase, mi assesta una sberla sulla chiappa che, se da un lato mi fa un po’ male, dall’altro mi scuote facendomi riprendere il controllo. Ho l’impressione che senza accorgermene la cappella sia avanzata di qualcosa: ‘Ce la posso fare!’ mi dico ‘e quando arriverà in fondo mi farà sborrare come una troia’. “Va bene” confermo rasserenata e eccitata, “facciamo come dici, con una variante: conto io, e al tre mollami pure”. “Vedi…” sottolinea “come ho già sottolineato: quando vuoi una cosa non ti tiri indietro di fronte a nulla pur di ottenerla!”. Poi lascia libere le tette dopo averle strizzate lievemente e senza perdere il contatto con la pelle scivola sui fianchi, sulle cosce, massaggia le ginocchia quasi indolenzite per la tensione, e passa sotto. Sfiora l’interno coscia fino a arrivare di lato alla passera molto vicino all’apertura, tesissima attorno al pilastro: il tocco mi fa venire la pelle d’oca ma aumenta la concentrazione per la prossima azione. Afferra le chiappe e mi aiuta a sollevarmi quanto basta per tornare al punto di partenza. La discesa è meno faticosa con il suo aiuto e arrivo al punto critico gustando le sensazioni trasmesse da quel pilone di carne calda e affusolata che si fa largo per raggiungere la meta agognata: il fondo della fighetta che si dilata via via, disposta a slabbrarsi pur di accoglierlo tutto. Altre quattro o cinque volte arrivando allo stesso punto e il bruciore è quasi sparito. “Sono pronta…” con voce tremula per l’emozione più che per la paura: “Uno”, salgo con entusiasmo quasi facendo uscire la verga. “Due” e scendo con lo stesso spirito guadagnando qualcosa e soprattutto senza sentir dolore. Risalgo nuovamente poi: “E tre!”. Con tempismo perfetto, molla le chiappe e sfila le mani mentre spinge verso l’alto il bacino per reggere il mio peso: lasciandomi andare, affondo sul palo di carne che scivola dentro quasi completamente, schiantandosi sulla testa dell’utero e trovando spazio in mezzo alla pancia. Sono come paralizzata e non riesco a respirare. “Bravissima!” si complimenta accarezzandomi i fianchi, “adesso riprendi fiato e controllo, che poi viene il bello!”. Mi sento completamente riempita e non c’è millimetro di vagina che non sia tesa attorno al pilastro penetrato in profondità per quanto può starci. Qualche secondo e riprendo a respirare, incrocio i suoi occhi verdi e rassicuranti e mi guardo la pancia immaginando di scorgere il rigonfiamento della cappella. ‘Che scema’ penso, ‘quelle sono cose che si vedono solo nei fumetti erotici’. Analizzo ogni sensazione, dalla pressione che la base della verga all’interno della passera esercita sul vicino buchetto, che sembra schiacciato e stirato a mezzaluna, attorno all’ingombrante presenza, alla cappella che nel dilatare al massimo il fondo della fighetta mi ricorda, in maniera meno drammatica e in direzione contraria, la sensazione provata al passare della testa durante il parto. Il tutto condito da un certo bruciore diffuso che però scompare rapidamente, invogliandomi a provare a muovermi. Non ci penso due volte e non vedo l’ora di scoprire quali sensazioni scaturiranno dall’estrema dilatazione. Facendo forza sulle cosce, inizio ad alzarmi e per qualche attimo nulla si muove dentro di me: tutto sembra bloccato, effetto sottovuoto. Poi ad un tratto il glande si scolla dalla sommità e la testa dell’utero torna al suo posto nel centro: sento il bordo del glande, la sua parte più larga strofinare con forza sulle pareti vaginali, avvolte come un guanto che non vuole lasciare sfilare le dita. Percorre tutto il canale fino ad arrivare all’imboccatura che sembra un piccolo, provvidenziale restringimento che ne impedisce la fuoriuscita e la probabilmente complicata reintroduzione. Toccato senza particolari impedimenti il fine corsa, ritorno ad abbassarmi sentendo che ora scivola meglio, mentre avanza come un pistone nel suo cilindro. Ripetendo più volte il movimento l’effetto lubrificante della crema aumenta, facilitando lo scorrere della verga. Ho la patata totalmente espansa allora cerco di contrarla per sentire come va, provocando quasi un grippaggio del pistone per troppa pressione interna ma, almeno, nessun dolore. Senza difficoltà riprendo l’andamento altalenante e senza intoppi del movimento. Giovanni finora passivo spettatore delle mie scoperte, richiama la mia attenzione all’aspetto erotico più di quello meccanico: spinge all’insù il bacino aumentando il contraccolpo della cappella sul fondo della fighetta che ormai si sta adattando alla perfezione e inizia a reagire agli stimoli sempre più intensi. Con l’esercizio, poco per volta, riesco a prendere le misure ed a limitare l’unico fastidio, quando la mazza arriva sul fondo e preme come se volesse spingersi fin dentro l’utero. Allo stesso tempo sincronizzo il mio movimento con le sue spinte da sotto, fino a che l’andirivieni diventa abbastanza regolare e l’eccitazione progredisce di pari passo. Le contrazioni diventano istintive collegate ai diversi stimoli e non provocano più l’effetto blocco, anzi, aumentano la sensibilità interna facendomi percepire chiaramente il profilo pronunciato della cappella e la successiva dilatazione provocato dallo spessore del suo spettacolare cazzo: mi sembra di andare su e giù sopra un paracarro che mi sta letteralmente sfondando e, stento a crederci, mi piace proprio un sacco! Talmente tanto che azzardo la mossa per farlo uscire completamente, accompagnato dal caratteristico “plop!”. Anche lui è sorpreso e mi guarda stupito: “Tutto a posto?” si affretta a chiedere preoccupato, “ti dà ancora noia? Avevo l’impressione che il dolore fosse ormai passato”. “Si, si…altro che!” lo rassicuro, “voglio solo ripetere l’emozione di sentirlo aprirsi la strada, percepire la dilatazione quando supera la parte iniziale e poi lungo la cavità fino in fondo a riempirmi completamente. Dovrebbe riuscirci meglio adesso”. “Ah, bene…tutto ok. Però aspetta un secondo: lo tengo io in posizione, così tu vai tranquilla e ti puoi muovere, quando e come preferisci”. Afferra la base con la mano destra, lo tiene fermo nell’angolatura giusta mentre mi appoggio e spingo verso il basso. La grossa cappella, dopo una certa resistenza iniziale, entra più facilmente e penetra completamente all’interno, lasciando all’esterno il resto della mazza che sta diventando dura come di legno. Attraversato il punto più stretto, come una palla elastica si espande in tutto il suo spessore e finisce col premere proprio sul mio punto più sensibile, facendomi trasalire con uno spasmo simile ad un mini-orgasmo! Prima che tolga la mano ci riprovo, e di nuovo mi prende lo spasmo, accompagnato dalla pelle d’oca. Giovanni osserva con attenzione le mie reazioni e resta fermo in paziente attesa di capire come proseguirà la scopata, usando la mano libera per aggiungere un altro stimolo e strizza tra pollice e indice un capezzolo inturgidito. Ripeto di nuovo per diverse volte quel dentro e fuori, arrivando praticamente ad un passo dall’orgasmo vero e proprio che sta montando rapidamente. Pensando al gentile cavaliere ancora in stand-by, decido di fermarmi. Mi faccio cadere, impalandomi di nuovo fino a toccare la sua mano attaccata alla base, sentendo una nocca premere proprio giusto sul bottoncino con effetto simile ai precedenti spasmi. “Io sto per venire” spiego con occhi lucidi, “e tu come sei messo?”. “Devo ammettere che mi stai mettendo seriamente in difficoltà… adoro osservare i tuoi esperimenti, sentire come cambi i movimenti, la pressione, l’intensità, ma non sono fatto di gomma!”. Dopo un respiro profondo, precisa: ”Se vuoi posso resistere ancora un po’ ma solo se eviti di farlo uscire e rientrare. Quella pressione sulla punta mi eccita da impazzire e, se finora non avessi strizzato la base con forza, sarei già venuto di botto!”. Poi, con tono più serio: “Non ti ho chiesto se prendi la pillola e se preferisci in ogni caso che eviti di venire all’interno”. Gli sorrido dolcemente per ricambiare la sua attenta premura prima di confermare: “Non c’è alcun problema, per quanto mi riguarda. Se non dà fastidio a te…”. “Fastidio?!” esclama, “è la cosa più piacevole che possa capitarmi, lasciarmi andare liberamente senza dovermi trattenere o peggio bloccare”. “Allora d’accordo!” confermo, “riprendo ad andare su è giù senza farlo uscire, ma tu lascia lì la mano perché quella nocca dove vado a sbattere mi schiaccia proprio il bottoncino facendomi impazzire”. “Agli ordini, Ammiraglia! Barra dritta e a tutta forza!” esclama scherzosamente facendo il segno di saluto militare con la mano. Provocazione per provocazione, per tutta risposta mi alzo di colpo facendolo uscire completamente un’altra volta, per poi ritornare rapidamente ad affondarlo tutto dentro così forte che mi scappa un gemito misto fra piacere e dolore: “Non si dice barra a dritta?... che poi è più grossa del timone!” butto lì per attenuare la tensione ormai palpabile. Nel vero senso della parola! Infatti, sta usando la mano libera per afferrarmi la chiappa ed accompagnare il movimento su e giù, stringendola più forte per tenermi ferma ed evitare che la cappella fuoriesca dall’imboccatura. Proseguiamo così per qualche minuto fino ad arrivare entrambi all’orgasmo simultaneo: “Sto venendo come una troia in calore!!!” confesso abbassando il busto e mettendogli le tette gonfie di piacere all’altezza degli occhi. “Siiiii!!!” conferma lui, “sto sborrando anch’io, come un idrante!!!”. Senza forze, crollo finendo con il grilletto appoggiato alla sua mano che me lo strofina involontariamente a causa delle contrazioni del cazzo e perdo quasi i sensi per gli spasmi che mi scuotono da testa a piedi, mentre il suo orgasmo esplode in fiotti di sperma bollente sul fondo della passera, avvinghiata come un guanto stretto alla cappella pulsante. Le pareti della vagina, contratte, sono talmente strette alla verga, soprattutto sotto il glande, da provocare un duplice effetto: primo di bloccare completamente ogni spostamento su o giù che sia. Il secondo mai provato prima, simile ad un laccio che impedisce allo sperma di scendere e la quantità notevole crea una pressione tale che il liquido viene spinto attraverso la piccola apertura e risale invadendo le ovaie, per diffondersi poi all’interno dell’utero. La pressione ed il calore così intenso dentro pancia hanno sicuramente contribuito a farmi provare l’orgasmo più intenso e prolungato della mia vita!
Sfinita, mi accascio sopra di lui schiacciando contro il petto le tette e lui sfila piano la mano incastrata fra il suo membro e il mio pube, e mia accarezza la schiena e le natiche. Restiamo in quella posizione un tempo indefinibile, ascoltando lo sciabordio del mare ed il fruscio delle fronde dei pini. Risvegliandomi dal torpore seguito all’immenso piacere, sento il suo attrezzo ancora completamente dentro di me. Ho la strana impressione che sia ancora molto grosso e continui a dilatare completamente la mia passera indolenzita. Per capirne qualcosa di più, appoggio le braccia a terra e quindi sollevo il busto tornando a cavalcioni sulle ginocchia. Sembra meno duro di prima ma di sicuro è ancora molto grosso perché, nonostante sia ora in posizione verticale, non sta colando un filo di sperma ovvero la cappella continua a fare da tappo. La mia povera fighetta è completamente indolenzita e non mi trasmette sensazioni precise a parte la presenza molto ingombrante al suo interno; perciò, provo a sollevarmi per liberarla da quel fantastico strumento di piacere. Inizialmente sembra quasi incollato e non accenna al minimo spostamento: mi prende il panico al pensiero di restare incastrata. Penso che la violenta contrazione abbia bloccato il membro alla base e, come ho letto di una coppia tempo fa, ci costringa ad arrivare in pronto soccorso per allentare la morsa con un potente miorilassante. Mi concentro e provo a stringere la muscolatura perineale e vaginale e, dopo un paio di tentativi, finalmente il paracarro inizia a muoversi ed a scorrere verso l’uscita, fermandosi come prima nella strettoia dell’imboccatura. Tiro un respiro di sollievo mentre, con un bel “plop!” bello grasso e umido, anche la cappella esce seguita da un fiotto consistente di sprema misto a secrezioni vaginali che cola lungo l’asta raccogliendosi alla base, a ricoprire il pube di Giovanni. Ruoto al suo fianco per osservare la situazione e non credo ai miei occhi vedendo che la verga strepitosa è tutt’altro che molle, anzi! Se ne sta ancora ritta e svettante come a chiedere ‘quand’è che si ricomincia?’. Pensando che quel posto mi ha sempre trasmesso sensazioni particolari, credo di avere le allucinazioni per eccesso di godimento: non è possibile che dopo essere venuto due volte e così intensamente sia di nuovo pronto a scopare! Bevo un po’ d’acqua cercando di schiarirmi le idee ma invece di riprendere il controllo mi ritorna in bocca il gusto del suo sperma e sarebbe un peccato sprecarlo lasciando che si ripulisca con un fazzoletto di carta… per evitare di macchiare il telo da bagno, mi tocco la passera ancora spalancata e intercetto altre gocce in procinto di uscire. Le fermo con le dita e, infilandole per metà, raccolgo anche il resto prima di portarle alla bocca per succhiare il nettare delizioso: a dirla tutta, oggi non mi dispiace nemmeno il gusto più salato delle mie secrezioni che percepisco miscelato con il suo liquido seminale. Osservando il mio gesto, a Giovanni brillano gli occhi, ma non so se per la soddisfazione di avermi portato in estasi o se per la speranza che sia preludio di una nuova scopata o probabilmente per tutt’e due. “Non farti venire strane idee, tu” spegnendo sul nascere il suo cenno interrogativo, fingendo di aver già capito cosa volesse chiedere, “lasciami stare per adesso che non so più nemmeno io cosa voglio…”. “D’accordo” sbotta ricambiando così la mia villania, “che ne diresti intanto di ripulire la barra che ti ha fatto perdere la rotta, mentre decidi cosa ne vuoi fare. Nel frattempo, chissà che si rimetta in piena efficienza”. “Lo stavo per fare di mia sponte e non serve quel tono imperativo” rispondo fingendomi irritata, “Per quanto riguarda la barra, mi sembra che sia già bell’e pronta!”. Poi avvicinando la bocca al pube inondato, mi sfugge un sussurro verso l’oggetto del desiderio: ”E tu smettila di oscillarmi davanti in quel modo indecente! Come osi chiedermi quand’è che si ricomincia?! Non ti sei accorto di come mi hai ridotto la passera…l’hai sfigurata peggio di una gazza sguaiata!”. Nel frattempo, dopo aver raccolto del liquido con la lingua, ho la conferma che ha lo stesso gusto di quello succhiato dalle mie dita così ci immergo le labbra e risucchio piano la parte più consistente, riconoscendo quel sapor di cioccolato dolce-salato molto gradevole. Mentre lecco tutto quel ben di dio, ho come la percezione che lui stia sorridendo sommessamente nel sentirmi parlare con il suo cazzo: ‘devo essere impazzita!’ penso compassionevolmente stupita di me, ‘guarda in che stati sei! Ti stai comportando peggio di una troietta ninfomane e parli addirittura con l’obelisco che ha appena trasformato la tua bella patatina in una crocchetta spampanata!’ ripulita la base, mi aiuto con una mano mentre lecco l’asta in tutta la lunghezza ed attorno, e poi percorrendo l’intero profilo del glande con la punta della lingua. Alla fine, la stringo la verga fra le mani e stampo un bacio appassionato sulla sommità di quella meraviglia, tornata incredibilmente dura come nulla fosse successo finora. Sbuffando mi sdraio accanto a Giovanni che mi prende la mano e chiede: “Com’è che sbuffi? Ho fatto o detto qualcosa che ti ha irritata?”. “No, Don, tu non c’entri nulla…” e dopo un momento di silenzio pensante “è che mi dispiace per lui. Così bello duro, pronto per farsi un’altra cavalcata mentre io, pur avendone voglia, non credo di farcela: prima, mentre mi rialzavo sopra di te, mi stava venendo un crampo e ora mi fanno male le ginocchia. Vorrei avere vent’anni per scopare fino a domani, che quando mi ricapita un’avventura del genere! Invece ho paura di svegliarmi e di essermi sognata tutto”. Stavolta è lui a lasciarmi crogiolare mentre fissiamo il cielo azzurro striato da un paio di scie di aerei in dissolvimento. “Dimmi una cosa Sara: avresti voglia di farti scopare ancora una volta e sborrare come e più di prima?” poi precisa “rispondi sinceramente, senza pensare a lui, indicando l’uccello, o a me, ma solo a quello che avresti voglia di fare. Puoi anche confermare che ne hai abbastanza e che preferisci farti un bel bagno: già, oggi l’acqua è proprio bella”. Non devo rifletterci molto prima di rispondere: “Fino ad oggi, ero convinta che la palestra mi avesse preparato meglio. È inutile campare scuse, tanto mi leggi nel pensiero… Sinceramente, non vedo l’ora di farmi sfondare dal tuo bestione, soprattutto adesso che la strada è spalancata e almeno sarà valsa la pena di patire qualche sofferenza… Solo che le gambe non mi reggono, non ce la faccio a cavalcarti di nuovo e nemmeno a mettermi gattoni”. “Di questo non devi preoccuparti. Ci pensa Don. Sarò un professionista per qualche merito, non credi?”, poi mentre mi guarda, sperando in un cenno di conferma, continua “Ricordi… prima che iniziassimo, mi hai detto la tua posizione preferita è quella in cui sei adesso, perciò resta ferma lì, rilassati completamente e lascia fare a me”. Si mette seduto per studiare la sistemazione prima di suggerire: “Devi solo ascoltare il tuo corpo e lasciarti trasportare dalle emozioni. Fermami subito se faccio qualcosa che ti provoca un qualsiasi fastidio o, peggio, se ti faccio male”. Si sposta mettendosi in ginocchio di fronte a me, allargandomi le gambe quanto basta per appoggiare nel mezzo le sue e sedersi sui talloni. Mi chiede di sollevare leggermente il bacino per infilarci sotto il telo ripiegato come aveva fatto prima: oltre a sollevare e rendere più accessibile la fighetta, è utile a far da cuscino rispetto al terreno che sarebbe un po’ troppo rigido per i miei gusti. ‘Pensare a quante volte ho scopato in questo posto: sarebbe stato utile nascondere dietro un cespuglio un materassino come quello che uso in palestra… mi sarei risparmiata un bel po’ di ammaccature!’ rimugino mentre mi sistemo alla meglio, ‘quasi quasi, stasera dico a Enzo di portarne uno da casa così potrà essere utile già il prossimo weekend’. Immersa in questi pensieri sento le sue mani sollevare la gamba sinistra e iniziare un massaggio partendo da sotto il piede usando i pollici e proseguendo sulla caviglia con una carezza leggera e morbida: manca l’olio perché possa essere un vero e proprio massaggio, ma è comunque piacevole e rilassante e mi aiuta a smaltire l’adrenalina ancora in circolo. Si ferma a ridosso del pube dopo aver percorso tutta la gamba e parte dell’anca. La ripone a terra prima di ripetere lo stesso trattamento con quella destra. Dall’anca destra prosegue sfiorando il pube e, muovendo le mani in modo circolare, disegna dei cerchi uno l’inverso dell’altro su tutta la pancia, terminando il massaggio all’altezza del plesso solare. Quindi passa alla mano sinistra e continua su braccio e spalla, poi ripete a destra. Arrivato con le mani sulle spalle, mi aspetto che passi alle tette con i capezzoli che bramano le sue carezze. Invece risale dal collo al viso e lo sfiora in ogni angolo: dal mento agli zigomi, dal naso alle arcate sopracciliari per arrivare infine alla testa, dove si sofferma simulando i movimenti circolari del parrucchiere, con i polpastrelli fra i capelli. ‘Devo ammettere che è bravo quasi quanto Lorenzo che però ha in più nelle mani un fluido magico. A volte credo possa essere un pranoterapeuta’ penso tra me, mentre mi sto rilassando rischiando quasi di assopirmi. Per fortuna, anche se Giovanni è più alto di Lorenzo ed arriva più facilmente fino alla testa, è costretto comunque a piegarsi in avanti e così facendo, mentre mi accarezza la nuca, la punta del suo attrezzo sempre dritto come un cannone, sfiora l’ingresso della passera e struscia contro il grilletto facendolo sussultare e facendo partire un brivido che percorre tutta la schiena fino a raggiungere le sue dita. Staccate le mani che appoggia nello spazio fra le mie braccia ed il busto, si china quanto basta per baciarmi amorevolmente la fronte, la punta del naso e la bocca poi mordicchiandomi il lobo dell’orecchio mi fa venire la pelle d’oca prima di scendere lungo il collo dove il ruvido della barba sembra carta vetrata: “Piano…” lo prego, “pungi… mi si arrossa tutto il collo”. Ma è il suo respiro così vicino che mi eccita e preoccupa allo stesso tempo. ‘Non sono mai stata così intima con un altro uomo… da sola poi!’ riconosco pensando alle precedenti esperienze con altri, ‘nemmeno con il massaggiatore di Bolzano che pure mi ha trastullata in modo speciale! E c’era Lorenzo con me’. Mentre sono distratta da questi pensieri, Don mi riporta a questa “realtà aumentata”, come si dice nel web, sussurrandomi all’orecchio: “Preparati che fra poco ti si arrossa qualcos’altro!”. Prosegue il percorso soffermandosi sulle mammelle e, dopo aver succhiato entrambi i capezzoli facendoli rizzare, le lavora con le mani impastando delicatamente, stringendo dalla base alle areole ripetendo diverse volte il movimento da diverse angolazioni prima di farlo stringendo con forza come se volesse far schizzar fuori del latte! “Ahiii!!! Così mi fai male!” protesto riaprendo gli occhi per lanciargli uno sguardo incendiario, “non son mica una mucca da latte…”. “Porta pazienza, ti prego” risponde al mio rimprovero come dispiaciuto, “devo farlo almeno tre volte perché funzioni”. Non so spiegare perché, ma non riesco a dirgli di no e gli lascio fare anche una cosa così assurda: “Se proprio devi, allora fallo. Ma solo tre volte come hai detto, non una di più”. Annuisce affermando: “Promesso!”. Ormai sono nelle sue mani, come in balia delle onde, ma devo confessare: non mi sono mai sentita così troia come in questo pomeriggio d’agosto! ‘Ma come sei raffinata!’ mi complimento da sola, ‘sembri la protagonista di una parodia porno del film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, dove Giannini picchiava la Melato, dandole della puttana industriale e poi finivano per amarsi da impazzire’. Questi pensieri mi distraggono dalla seconda stretta ai seni che sembrano scoppiare e dopo la terza mi sento le tette bollenti, pizzicano come se friggessero, sormontate dai capezzoli che sembrano il doppio più grossi e scuri. “Don…però poi mi spieghi a cosa serve la mungitura” chiedo, mentre si siede davanti a me infilando le sue gambe sotto le mie, per poter arrivare alla giusta distanza per infilare il pistone nella fighetta. Ma forse l’ho intuito da sola. Il calore intenso si concentra sui capezzoli e mi provoca un’eccitazione bestiale: è bastato solo che si avvicini alla passera per farmi venire una voglia pazzesca di farmela spalancare e la sento altrettanto bollente. Prende la crema e la distribuisce su tutta la verga abbondando sul profilo della cappella, poi ricopre per bene tutta l’apertura della passera, fra le labbra che distende per bene lateralmente perché non si stropiccino, per ultimo con un filo anche all’interno. Con un dito ne spalma anche sul buchetto infilandolo per ungere anche dentro l’imboccatura: ‘Puoi pure risparmiare tempo e crema’ penso mentre si occupa del mio culetto, ‘tanto non c’entrerà mai!’. “Mai dire mai!” esclama sorridendo, come mi avesse letto nel pensiero, “l’eccitazione fa fare cose incredibili…”. Solo l’idea che sbagli la mira e lo spinga nel buchetto mi fa rabbrividire, ma la paura scompare immediatamente sentendo il calore della cappella che si appoggia al centro della vulva e comincia a farsi largo cercando di penetrare all’interno. Due tre colpetti leggeri per allargare e una spinta più intensa e il glande è già tutto dentro senza alcuno sforzo. Si espande riempiendo tutto lo spazio fra le pareti e noto piacevolmente che, sebbene raggiunga la massima dilatazione non sento nessun fastidio, anzi. La sua naturale tendenza verso l’alto lo fa premere contro la parete superiore schiacciandola contro il pube, giusto nel punto che mi provoca il maggior piacere: lo spasmo che ne segue mi fa apprezzare ancor di più ogni millimetro che percorre dentro di me, espandendo al massimo tutto il canale vaginale. Quando arriva al fondo, la cappella si scontra con il collo dell’utero, la parte più rigida che sporge nel centro, segnalando a Giovanni di fermarsi: qualche centimetro dell’asta è rimasto all’esterno ma non spinge oltre per timore di farmi male. “Prova a spingere ancora” lo rassicuro, “vediamo che succede, se mi dà fastidio ti fermo”. Riprende a spingere provocando lo spostamento verso il basso della parte rigida che gli scorre proprio sulla fessura da cui esce lo sperma allargandone la circonferenza. Stavolta e lui ad avere un brivido di piacere che si traduce in un indurimento anche della cappella e nell’avanzamento più marcato fino a farsi spazio nella pancia passando sopra l’utero. Stranamente non mi dà alcun fastidio nonostante la sensazione di un’invasione di campo che coinvolge settori del mio corpo mai interessati in precedenza. Istintivamente sollevo la testa per osservare la situazione e, nel momento in cui riesce a farlo entrare completamente, ho l’impressione che un gibbone tondeggiante spunti poco sotto l’ombelico. ‘Ti rendi conto di quante volte ti ha dato fastidio quello di Lorenzo che è certamente più piccolo!’ mi stupisco, ‘ti sei presa più di venti centimetri senza fare una piega!’. C’è anche un risvolto negativo: ‘Cazzo! Non vorrei che il Don pensi di aver incontrato una nave scuola camuffata da ingenua ed inesperta’. Intanto resta fermo per lasciarmi abituare alla sua ingombrante presenza, prima d’innestare la retromarcia. Rifaccio il check-in compiacendomi di sentirmi benissimo: piena di cazzo pulsante e con le tette infiammate, possiamo procedere. “Macchine indietro adagio, Capitano”, ordino scherzosamente anche per trasmettergli la gioia ed il piacere di sentirlo tutto dentro senza il minimo fastidio, “La prua sta per toccare la banchina”. Non appena si nuove all’indietro sento chiaramente tutta la mazza strofinare le pareti ma è il bordo del glande a provocare il maggiore attrito e lo stimolo conseguente e la manovra sembra interminabile: ‘Ma quanto cazzo è lungo?... non finisce più, pare quello di Rocco’ (Siffredi). Sto pensando quando mi coglie l’emozione più forte: sta passando di nuovo nel punto più sensibile ed ho l’impressione che voglia spostare anche il pube da quanto ci preme contro, ora che è durissimo! Allora cerco di distrarmi per evitare di venire così in fretta e perdermi il bello di questa scopata che si preannuncia stratosferica! Nel momento in cui si ferma con solo la cappella all’interno, stretta alla base dall’orifizio d’entrata ed è pronto per ripartire gli chiedo: “Per piacere Don, tiralo fuori del tutto… ho bisogno di riprendere fiato”. “Ok, Ammiraglia, ai suoi ordini” conferma mantenendo il colloquio sul tema navale, “anche se non mi sembra di aver fatto nulla da togliere il respiro” sottolinea mentre arretra quel tanto da estrarre anche l’ultima parte che, appena libera, scatta sull’attenti con tutto il pilastro ondeggiando lucida di fronte alla fiora spalancata. “Te l’ho chiesto perché sono troppo sensibile…stavo quasi per venire e voglio gustarmi più a lungo questa goduria!” spiego prima di rimarcare provocatoriamente: “Mancavano solo le tette roventi!”, gli rinfaccio alzando leggermente il busto mentre le afferro con le mani, sbattendogliele davanti, sollevate e appaiate come la doppia gobba di un cammello. “Comunque mi piace un sacco, adesso che non mi fa più male, sentire come reagisce la fascia sottile all’ingresso: rigida ed elastica allo stesso tempo, è la parte più reattiva ed è uno spettacolo sentirla scattare come una morsa non appena percepisce la cappella che l’ha appena attraversata spalancandola vergognosamente”. Dal suo punto di vista non è da meno: “Anche per me è uno spettacolo vederla dall’esterno: non ha più la forma normale di un’ellisse stretta, ora è ovale quasi tondeggiante, rosa intenso al centro, più chiare le labbra che circondano tutto il profilo: assomiglia alla bocca di un grosso pesce, pronta ad ingoiarsi la preda in un sol boccone! Come vorrei avere uno specchio per fartela ammirare”. La tensione fisica diminuisce mentre raccontiamo le nostre impressioni, nonostante le tette che sorreggo fra le mani siano ancora calde, circondate da un formicolio come fossero state elettrizzate. L’obelisco invece non accenna il minimo cedimento e, come torno a stendermi, Giovanni lo indirizza all’imboccatura e stavolta mi penetra con un colpo secco d’intensità tale che non riesco a trattenere un sospiro seguito da un mugolio. “È tutto a posto…” gli confermo, sentendo che si è bloccato. Per tutta risposta, lo estrae di nuovo e di nuovo me lo sbatte dentro con un colpo ancor più forte accompagnato da un sonoro “spraak!”. La pelle d’oca che mi provoca si vede benissimo mentre lo ripete ancora una volta: lo “spraak!” mi rintrona nel cervello facendomi perdere completamente il controllo. Raccolgo le gambe divaricandole impudicamente per rendere ancora più accessibile la gnocca, arrivando persino ad incitarlo: “Sei un grande Don! Continua così e sbattimi come merito perché sono una grandissima troia! Spaccamela tutta che sborroooooo!!!”. Mentre lui continua con i colpi d’ariete spingendolo fino in fondo, esplodo in un orgasmo così forte da farmi quasi svenire. Dopo attimi interminabili, mi riprendo e sollevo la testa per capire dove sono e cosa sta succedendo. Vedo lui che mi sorride compiaciuto, mentre continua a scoparmi con un su e giù regolare: sembra il pistone di una locomotiva, lento ma inesorabile, bollente come il vapore che lo spinge. Ad ogni affondo il suo pube si appoggia sul mio, con il pilastro completamente dentro di me: lo conferma il gibbone che compare e scompare poco sotto l’ombelico allo stesso ritmo, proprio come nei fumetti! Un altro elemento nuovo e stuzzicante si aggiunge alle già troppe sensazioni: adesso che arriva così facilmente a fondo, sento le palle sbattere ritmicamente nell’area attorno buchetto del culo ed ogni tanto una di loro si stampa proprio contro le increspature provocando una piccola contrazione che contribuisce a far montare di nuovo l’eccitazione. Dato che Giovanni sembra poter continuare all’infinito, cerco di provocarlo perché sborri anche lui accarezzandomi voluttuosamente le tette ma non ottengo nessuna apparente reazione. Interpretando la mia mossa come il desiderio di venire ancora una volta, allunga le braccia e mi afferra le tette come aveva fatto in precedenza e me le strizza con forza per le solite tre volte. ‘Chissà perché ha questa mania’ mi chiedo sopportando il dolore senza lamentarmi, considerando ‘beh, in fondo posso concedergli una piccola stranezza, con tutto quello che mi sta facendo godere’. Con i capezzoli che sembrano esplodere, è sufficiente che appoggi il pollice sul grilletto che mi partono una serie di orgasmi a ripetizione. Più leggeri e brevi ma in una sequenza sconvolgente grazie al suo perfetto trastullare il bottoncino, l’ultimo della sequenza scatta quando, oltre al pistone che continua a scassare la figa ed al pollice che schiaccia il grilletto contro il pube, si aggiunge la solita palla che si schianta sul buco del culo facendomi venire l’idea di provare a farmelo infilare anche lì. ‘Non ti riconosco più’ mi rimprovero da sola ‘non avrai mica il coraggio di provarci?’. Ci ripenso ma la lampadina non si spegne ‘Ma allora vuoi proprio mostrarti ancor più troia di quello che sei! Anzi, penserà che sei davvero una puttanella consumata’. ‘Me ne sbatto di quello che può pensare’ concludo, ‘si sta impegnando parecchio a scoparmi e non mi pare gli dispiaccia, smaliziata o no, che sia’. “Senti Don” lo interrompo, “quanto pensi di continuare prima di sborrare anche tu?” sorpreso dalla mia domanda, mi guarda come un bambino cui togli la palla perché è l’ora di andare a casa, poi mi dice candidamente “Quando vuoi tu… stai continuando a venire di continuo. Ho contato almeno cinque o sei orgasmi dopo i due più forti: se vuoi venire ancora io resisto. Se invece sei stanca allora cambio posizione e sborro in un attimo”. “Anche Lorenzo, mio marito, ama questa posizione perché riesce a resistere molto a lungo, ma se mi viene sopra o da dietro basta un niente per farlo venire”. Alzo gli occhi al cielo come stessi scegliendo una conclusione prima di proporre: “Che ne diresti di provare a metterlo nel culo?”. Strabuzzando gli occhi incredulo: “Stai dicendo sul serio? Sei proprio sicura di volerci provare?” chiede, abbassando gli occhi sull’obelisco come per ricordarmi quanto sia grosso e duro mentre non ho il coraggio di rispondere subito di sì e fingo di pensarci su: ‘Lo so anch’io che sarà una missione impossibile, ma come disse 007, mai dire mai’ rimugino mentre insiste: “Mi avevi detto che non dovevo nemmeno pensarci…”. “È vero, ma dovevo ancora farmi sfondare la passera e non immaginavo di poter godere in questo modo. Perciò perché non provarci? Tutt’al più non ci si riesce e allora sceglieremo un altro finale”. Poi aggiungo: “A te non piacerebbe sborrarmi nel culetto?”. “E come no?” esulta per un attimo prima di ammettere realisticamente, “ma temo sia davvero una mission impossible, e io non sono Tom Cruise”. “Allora cosa stiamo aspettando…”. Mentre cerca la crema lì intorno, il suo pilastro è ancora quasi tutto dentro di me e lo sento indurire ancora più esercitando una notevole pressione sulla parte superiore, tanto che deve tirare indietro con una certa fatica per fargli superare la parte stretta all’ingresso e scattare all’insu come avesse una molta caricata al massimo. Usa i succhi vaginali che colano coprendo il buco per lubrificare l’interno infilandoci il pollice e poi spalma con la crema tutta la cappella ed un pezzetto della verga: “Inutile sprecare crema per tutto il pisello” spiega, “è già un miracolo se riesco ad infilare la cappella, senza venire nel frattempo. Mi solletica la punta solo il pensiero e ancora non mi sembra vero che me l’hai chiesto… Pensare che prima ci avevo pensato di provarci senza dirti nulla, fingendo di sbagliare mira dopo essere casualmente scivolato fuori”, poi aggiunge “è proprio vero che a volte la realtà supera la fantasia!”. Prendendomi le caviglie con le mani solleva le gambe di lato appoggiandole sulle sue spalle: in questo modo il bacino ruota portando più su il buchetto rendendolo accessibile com’era prima la patata. Quindi afferra la mazza: “Pronta?” chiede, “Si”, confermo, implorando poi “Vai piano ti prego… quel paracarro potrebbe davvero rompermi culo!”. “Tranquilla e lascia fare a me… fidati, non succederà nulla di male”. Dopo un attimo sento il calore della cappella che si appoggia alle prime increspature e le stende verso l’esterno. Il glande si schiaccia ricoprendo tutto lo spazio attorno all’orifizio sfiorando l’attaccatura delle cosce da entrambe le parti: ‘È enorme, porca vacca’ penso cominciando a preoccuparmi ‘se riesce a farlo entrare mi spacca tutto’ ma non ho il coraggio di fermarlo anche perché in fondo vorrei tanto sentirlo entrare e farmi riempire di sperma la pancia: almeno avrei fatto l’en plein! La pressione aumenta progressivamente ma non avanza di un millimetro nonostante stia cercando di rilassare tutti i muscoli perineali. Dopo lunghissimi secondi, sento avanzare ma solo un poco la parte più sottile della punta, schiacciata fra le pieghe del buco appena dischiuso ma l’effetto è come se cercasse d’infilarlo nel rigido collo di una bottiglia. Infatti, quando pure lui si accorge che non c’è verso, ritorna sui suoi passi e lo vedo riapparire svettante, la punta è completamente biancastra come quando si blocca la circolazione. “Se te la senti, Sara, faccio un ultimo tentativo mettendoci un po’ più di forza… finora, come hai sentito, sono stato molto delicato. Però potrebbe darti noia e non so se ti garba”. Invece di preoccuparmi del possibile dolore, faccio più caso alla parte finale della frase con costruzione ed accento tipicamente toscani. “Fai pure quello che credi sia meglio. Ti ho già dimostrato quanto mi fidi di te. Ho già le tette che friggono e, se friggerà anche il culo, spero sia per un finale esplosivo!”. “Non avevo previsto d’incontrare una strafiga come te…” come volesse giustificarsi, non so per cosa, “se fossimo a casa mia avrei utilizzato un gioiellino per dilatare il buchetto e adesso opporrebbe meno resistenza. Porta solo un po’ di pazienza e lasciami fare, vedrai che un po’ alla volta ci riusciamo”. Prende ancora la crema e la versa sulle dita della mano prima d’infilare l’indice nel buchetto facendolo scorrere su e giù delicatamente in modo da stimolare l’orifizio favorendo la progressiva dilatazione. Non appena sente che il buchetto si è adattato, cambia dito e prosegue con il medio, un po’ più grosso, poi con il pollice che, forse perché più tozzo, impiega maggior tempo ad essere “accettato”. Nel frattempo, con l’altra mano massaggia con movimenti lenti la pancia nella zona sopra il pube, proprio dove prima vedevo sollevarsi il gibbone. Tutto contribuisce a rilassarmi e mi abbandono alle sue carezze senza accorgermi che nel culetto ci ha infilato indice e medio assieme. Sentirmi scopare il culo con le dita mi dà fastidio e mi ricorda tutte le volte ho detto a Lorenzo “Smettila con quelle dita e mettici il tuo cazzo che lo preferisco” ma questa volta è diverso e lo lascio fare. Quando Giovanni sposta la mano dal basso ventre alla passera ancora completamente spalancata e schiaccia con il pollice il grilletto, strofinando e pizzicandolo, mi sale nuovamente l’eccitazione a mille portandomi al limite in un attimo. In quel preciso istante lui aggiunge l’anulare scopando il culo con tre dita senza che il buchetto opponga la minima resistenza, anzi sembra quasi chiederne di più! “Fermati Don!” sbotto, “così mi fai sborrare!”. “È proprio quello che voglio... farti venire dal culo” e per tutta risposta spinge ancor più forte affondando le dita mentre accelera il titillare sul bottoncino che si irrigidisce indurendosi come se fosse un micro-cazzo. Non riesco a controllare i troppi stimoli e vengo di botto per l’ennesima volta, ansimando in cerca d’aria e sollevando il petto con i capezzoli che sembrano schizzare via. Mi fissa godendosi lo spettacolo e rallenta progressivamente il su e giù. Ripreso il controllo, mi sollevo sui gomiti e vedo davanti a me l’obelisco tutto dritto sormontato dalla cappella lucida. “E tu?” chiedo dispiaciuta di lasciarlo così, “cosa posso fare per farti sborrare adesso?”, “Sei gentile a pensare a me, non è da tutte”, apprezzando il pensiero, “non ti preoccupare, non è necessario. Son già venuto due volte… è sufficiente. E poi mi sono goduto la bellezza delle tue tette: farebbero perdere il sonno a chiunque!”. ‘Lo dice anche Lorenzo ma se lo dice un esperto come lui, allora devo davvero crederci?’ penso fra me sorridendo per il complimento, “Beh! Ma non c’è due senza tre!” e insisto “Non mi hai nemmeno detto qual è la tua posizione preferita… sennò potrei farti un altro pompino, che ne dici?”. Vedendolo incerto mi sbilancio: “Puoi chiedermi quello che vuoi e, anche se non sono molto brava in queste cose, ti accontenterò come meglio posso”. Incoraggiato dalla mia disponibilità rompe gli indugi: ”Spero di non chiederti troppo” dice quasi sottovoce abbassando gli occhi come se si vergognasse nel dirlo, “la mia posizione preferita è la pecorina. Nonostante sia quella in cui faccio più fatica a trattenermi e duro pochissimo, è ogni volta un’esplosione di sensi Considerato quanto sei stanca credo sia l’ideale: ultimo scatto finale, rapido ed intenso”. “D’accordo” acconsento entusiasta, “ma con due condizioni”. Mi guarda perplesso come se si stesse chiedendo ‘e adesso cosa s’inventerà?’ ma gli sorrido maliziosa, per provocarlo quanto basta a fargli venire un pizzicorino sulla punta, “Prima: durerà quel che è necessario ma fa attenzione a non spingere troppo a fondo, che in quella posizione capita spesso che mi faccia male la parete intestinale”, “E poi?” sollecita impaziente, “Seconda: voglio sentire che mi riempi il culo con tutto lo sperma che ti rimane. Perciò quando stai per venire, me lo infili nel buchetto e puoi esplodere come ti pare!”. Da perplesso ora il suo sguardo vira sull’incredulo: “Si! Hai capito benissimo. È un sacco di tempo che non sento lo sperma inondarmi la pancia e così almeno sarà servito a qualcosa il lavoretto che mi hai fatto con le dita, mi hai fatto venire in quel modo ma mi è rimasta una voglia pazzesca di farmelo riempire sul serio”. “Se me lo chiedi così, allora non vedo l’ora di accontentarti…” poi gli viene lo scrupolo “E se ti facesse troppo male?”. “Non me frega niente! Arrivata a questo punto, sono disposta a tutto: spaccamelo pure, se non altro potrò ricordare fieramente che a rompermi il culo è stato il più bell’obelisco della storia!”. “Vedrai che non succederà” mi tranquillizza, “le dita hanno aperto la strada e il pisello farà il resto” poi precisa “certo potrà farti male e bruciare parecchio ma non te lo romperò questo bel culetto, stanne certa!”. Prima che termini la frase, mi sto già girando per mettermi in posizione e dare inizio al ballo. Gattoni con le gambe ben allargate per fargli spazio, il culo per aria è proprio davanti al suo viso con la fiora sbocciata e umida in primo piano. Da seduto gli basta avvicinarsi leggermente per infilarci la punta della lingua, raccogliere un po’ di succhi, appoggiarla sul buchetto e spingerla dentro provocandomi un brivido che corre lungo tutta la schiena per scendere ai capezzoli penzoloni. Prende ancora della crema e ci infila due dita per saggiarne l’attuale elasticità: sembra soddisfatto e un attimo dopo le sento scivolare dentro senza sforzo né fastidio, anche quando diventano tre e già che c’è aggiunge pure il mignolo. Anche in quattro si fanno largo senza fatica mentre penso ‘Ancora una volta ha ragione Lorenzo: importante è aprire la strada! Poi ci può stare di tutto’. E così come lui si prende quelle melanzane ben più grosse di una lattina, ora mi sto prendendo con disinvoltura quattro dita, prima di farmi spalancare da un pilastro che così grosso non avrei mai immaginato. Terminata la preparazione, s’inginocchia dietro di me e avvicina la mazza alla fiora dischiusa o, meglio, ormai sbocciata, quasi sfiorita. Con la prima spinta entra tutta la cappella e con la seconda arriva a metà dell’asta. Poi mi afferra per i fianchi e pian piano avanza verso il fondo cercando di non oltrepassare il limite oltre il quale mi darebbe fastidio, proprio come gli avevo chiesto. “Puoi avanzare ancora” gli confermo mentre continua a spingere, “tutto bene finora…” e impaziente aggiungo “Arrivata a questo punto, sai cosa ti dico, Don? Più mi scopi e più mi rendo conto che con te non ci sono limiti…” poi, completamente fuori controllo, esprimo volgarmente la crescente eccitazione: “Trombami pure come ti pare! Spalancami come un porto di mare! Fammi sentire quello che sono: la tua troia!!!”. Lui però mantiene il controllo e non modifica le sue attenzioni: spinge ancora lentamente fino ad appoggiarsi con il ventre sulle chiappe. Ora l’obelisco è completamente affondato dentro di me, con la cappella che spinge sul fondo poco sopra il collo uterino e le pareti vaginali di nuovo tese allo spasimo avvinghiate al tronco come un’edera. Ricevuto il benestare per sbattermi come un tappeto a suo piacimento, lo estrae tutto prima di re-infilarlo completamente per diverse volte, dilatando in maniera esagerata ogni anfratto della passera. Ad un certo punto, alza la punta con la mano e l’indirizza sul buchetto: sferrando un colpo secco di reni, riesce ad allargarlo più di prima ed a fare entrare più di metà della cappella. ‘Devo proprio fargli i complimenti!’ penso mentre replica il trattamento diverse volte, ‘ha una fantasia inesauribile, riesce a prevedere ogni possibile reazione e a disporre la più idonea azione conseguente’. Intanto con l’ultima spinta più violenta delle altre è riuscito a sfondare il buchetto ed a far entrare l’intero glande provocando, ora sì, un bruciore molto forte: ‘Dopo avergli chiesto di sfondarmi tutta, scopandomi come una troia non posso protestare o chiedere di fermarsi’ penso cercando di non emettere alcun lamento, ma il dolore mi fa mancare il respiro e Giovanni che se l’aspettava si ferma per lasciare che il buco dilaniato si adatti alla dilatazione estrema e il bruciore si attenui. Per favorirne il rilassamento, con un pollice massaggia la zona tutt’intorno al pilastro stretto dall’attaccatura delle natiche tanto è lo spazio che occupa nel mezzo. Immagino le increspature totalmente stirate aderire alla verga d’acciaio come un preservativo, man mano che il fastidio diminuisce e riprendo sensibilità al punto che dal buco mi arrivano le sue pulsazioni. Mi eccita da impazzire provare queste nuove sensazioni e inaspettato arriva il primo spasmo preludio dell’orgasmo, accompagnato dalla contrazione involontaria di tutta l’area perineale. Il culo si contrae, per quanto mi sembri impossibile, strizzando per un attimo il bastone come in una morsa e il successivo rilassamento, come per miracolo, si porta via anche il bruciore che non ricompare nemmeno quando, poco dopo, estraendolo dall’antro scuro la parte più grossa della cappella lo attraversa spalancandolo del tutto. Che anche lui sia eccitato da matti lo capisco quando torna ad infilarlo nella patata: persino la cappella è diventata durissima e non cede di un millimetro attraversando il punto più stretto dell’imboccatura. Il pistone attraversa rapido tutta la caverna fino a toccare il fondo simultaneamente allo “S-ciafff !!!” prodotto dal ventre contro le chiappe, rumore che si ripete diffondendosi nella pineta come un eco ad ogni penetrazione. Lo slancio di queste spinte ripetute aggiunge un altro elemento di stimolo: nel momento in cui il ventre sbatte sulle chiappe le palle vengono proiettate in avanti schiantandosi contro il grilletto. ‘Se non rallenta mi farà venire in un battibaleno’ penso dopo un altro spasmo che mi trasmette il surriscaldamento delle tette e il bruciore che si è spostato ai capezzoli gonfi a causa del maggior afflusso di sangue attirato verso il basso dalla gravità. Il ritmo dei colpi cresce fino a che il Don si blocca e ansimante chiede: “Sto quasi per venire… tu come sei messa?”. “Io pure” confermo “ne ho già avuto due avvisi e non so se riuscirò a resistere fino a quando me lo appoggerai sul culo: mi sa che scoppierò prima!”. Non faccio a tempo a terminare la frase che lo affonda ripetutamente, senza più scrupoli, facendo sbattere le palle con forza sul bottoncino, e ad un tratto tutto si ferma per un interminabile attimo dopo che il pistone è uscito dalla sua sede: il cuore in gola e la tensione palpabile mentre prende la mira. La successiva sequenza è sconvolgente: la punta che arriva come un tir impazzito giusto nel centro del buco, il cedere definitivo dell’apertura, la penetrazione violenta fino allo schianto sul fondo anale in un turbine di dolore e piacere che si susseguono senza soluzione di continuità. Il sentirmi sventrata in quel modo invece che di timore è causa di eccitazione e gli spasmi, che mi scuotono uno dietro l’altro, coprono totalmente il dolore. Anche quando lui, chinandosi sopra la schiena, lascia i fianchi per aggrapparsi alle tette prima di sferrare gli ultimi potenti colpi d’ariete che demoliscono ogni residua resistenza del culo, con il profilo della cappella che ne sfrega ogni millimetro come una trivella infuocata! Il fremito incessante mi manda in tilt: mi si offusca la vista quando lui si ferma con il magnifico cazzo spinto nel profondo del culo e il cuore smette di battere nello stesso momento in cui esplode riversando nella pancia una quantità impressionante di liquido caldo che si diffonde progressivamente in tutto il basso ventre. “Vengooo!!! Ti riempio fino alle orecchie!!!”, esclama entusiasta, ma la sua voce sembra distante mentre perdo i sensi. Nel riprendermi, sento molto chiaramente le contrazioni del suo cannone che spara gli ultimi fiotti e la spinta finale prima di bloccarsi con la cappella schiacciata addosso alla parete esterna dell’utero, mentre la base tiene spalancato il buco diventato ormai una voragine. Restiamo immobili in quella posizione, lui avvinghiato sopra di me mentre mi accarezza le tette sfiorando i capezzoli che sussultano, eccessivamente sensibili. Lentamente riprendiamo il controllo e l’obelisco del piacere è ancora lì, piantato completamente nel povero culetto ormai devastato, violato in ogni più remoto anfratto, tutto indolenzito. Sento anche che sta riprendendo il brucione finora coperto dall’adrenalina e dall’estremo godimento. Giovanni intuisce il mio disagio e delicatamente cerca di tirarlo fuori arretrando il bacino ma non succede nulla. È costretto a lasciare con rammarico la presa dalle tette per sollevare il busto e appoggiarsi sulle anche, per avere più forza: il glande sembra incollato e non si schioda da lì. Sembra quasi che sia il culo a trattenerlo come non volesse lasciarlo andare dopo che tutto ha demolito o forse per timore che ricominci daccapo. Solo dopo alcuni leggeri ed inutili strappi e uno strattone sento qualcosa cedere all’interno e finalmente la cappella scorrere all’indietro verso l’uscita. Mi prende un coccolone temendo il peggio, ma non sentendo aumentare il dolore, spero che non sia successo nulla di particolare e lui me lo conferma spiegandomi: “Tranquilla… è stato uno degli sfinteri anali attraversato con l’ultima spinta, che ora si è richiuso stringendosi come un laccio attorno al solco della cappella immobilizzandola”. “Sicuro che non si sia lacerato?” chiedo ancora preoccupata. “Certo!” conferma senza esitazioni, avresti sentito una fitta lancinante da farti urlare. Intanto, la cappella attraversa senza difficoltà la parte più stretta all’ingresso e il pilastro esce all’aperto gongolante e flessibile perdendo le ultime gocce che cadono sui miei piedi incrociati sotto di lui. Lentamente abbasso il busto, appoggio la testa e poi tutto il resto per potermi girare e osservare il migliore amante potesse capitarmi, quasi soprannaturale come quel luogo magico che continua a regalarmi emozioni indescrivibili! Mi giro e faccio a tempo a scorgere il sorriso soddisfatto prima che anche lui crolli e si stenda accanto a me. In silenzio guardiamo il cielo azzurro rigato da una scia d’aereo, ascoltando il cinguettio degli uccellini mentre il respiro ancora affannoso si confonde con la brezza tra le fronde.
La pace assoluta è interrotta all’improvviso dal rumore di un ramo spezzato: “C’è qualcuno…” gli sussurro all’orecchio, spaventata, ma lui dopo aver sollevato il capo ed aver guardato intorno mi rassicura: “Ma va là, sciocca! Chi potrebbe arrivare fin qui… è stato senz’altro un ramo incastrato che il vento ha liberato provocando quel rumore. O chissà! Magari la volpe di cui mi hai raccontato”. Quest’ultima emozione assieme al rilassamento portano al limite la vescica che sta per scoppiare: “Mi scappa la pipì”, avviso mentre mi alzo per andare più in là, dove la vegetazione chiude la radura, per liberarmi. Mi metto accucciata per la solita interminabile pisciata guardando verso la duna che s’intravvede dietro pini e cespugli: mi sento osservata ed ho l’impressione di scorgere la sagoma di un uomo dietro uno di questi. Al termine, dopo la classica scrollatina, mi dirigo rapida sul punto ma non c’è nulla, nemmeno una traccia ‘Meglio che mi taccia’ penso, ‘altrimenti penserà che sia paranoica’. Nel frattempo, anche il Don si sta liberando e mi raggiunge per aiutarmi a ripiegare il telo. Raccogliamo tutto e ritorniamo in spiaggia, facendo attenzione che nessuno ci veda uscire dal passaggio. Appoggiamo le nostre cose prima di bere abbondante acqua fresca che avevamo lasciato al riparo dal sole. Non faccio nemmeno a terminare di dissetarmi che sento lo sperma, di cui sono invasa, colare lungo le cosce: cerco di contrarre la fighetta ed il culo per trattenerlo ma né l’una né’ l’altro ci riescono. “Vado a farmi un bagno”, mentre lui termina di bere e mi guarda non capendo se si trattasse di un invito o una semplice affermativa, “sto colando come un rubinetto rimasto aperto ed in effetti, più che aperta mi sento spalancata!”. “Se non ti dispiace vengo anch’io” propone timidamente per la precedente incertezza, “ho bisogno di rinfrescarmi e mi fa molto piacere accompagnarti”. Senza far attenzione a quel che ci circonda, attraversiamo la spiaggia per entrare in acqua, completamente nudi passando davanti a brevissima distanza ad una coppia, ma ce ne accorgiamo troppo tardi per evitare i loro sguardi esterrefatti. Mi sciacquo abbondantemente, cercando di spingere l’acqua all’interno della passera per pulirla meglio, poi mi metto a saltellare per aiutare il corpo ad espellere i restanti liquidi sfruttando la gravità. “Hai notato come ti hanno guardato quei due?” chiedo, “No, perché?” risponde, “mi sembravano solo allibiti di vederci così spavaldamente nudi”. “Non ti sei accorto di come hanno strabuzzato gli occhi?... soprattutto lei, vedendo il tuo pisellone ancora mezzo gonfio oscillare spudoratamente fra le gambe!”. “Ma cosa dici?!” reagisce, “intanto il pisello era normalmente a riposo, per nulla gonfio… secondo me invece sono state le tue tette ondeggianti con i capezzoli appuntiti come spilli ad attirare l’attenzione” poi aggiunge, “non capita spesso di vedere due bocce simili passarti sotto il naso, come nulla fosse!”. “Stai diventando un adulatore…” sottolineo apprezzando il complimento, “ma ce ne sono tante di migliori, anche in questa spiaggia. Temo tu abbia bisogno di un buon oculista!”. “Potrà anche essere come dici tu, ma intanto stamattina ho percorso tutta la spiaggia fin qui e non ho visto nulla del genere e nemmeno lontanamente paragonabile”, poi dopo averle squadrate per qualche secondo precisa “mi hanno attirato fin da quando stavo avvicinandomi alla postazione che avevo lasciato ieri e ho continuato ad ammirarle anche mentre cercavo di farne un’altra. E non eri certo molto vicina, non credi?” ma prima che risponda aggiunge “ciò nonostante, è stata la seconda cosa che ho notato…”. Sorpresa da questa precisazione, lo interrogo curiosa di sapere cosa risaltava più del mio seno: “E la prima qual è stata?”. Tace per un momento prima di riprendere divagando: “Che permalose siete voi donne! Subito a pensare a chissà che!” e dopo ancora una pausa per aumentare l’aspettativa, rivela “che mi avevi fregato il posto, naturalmente!”. Scoppio a ridere per non aver pensato all’ovvietà mentre lui racconta: “Mi sono davvero girate le palle quando mene sono accorto! Ma ancora non vedevo chi fosse il ladro. Solo dopo essermi avvicinato quanto bastava per osservarti ho potuto consolarmi pensando: almeno è una bella gnocca e con due tette così posso gustarmi lo spettacolo senza dover avvicinarmi e rischiare d’infastidirla”. Ripensando alla situazione non posso che apprezzare: “In effetti sei stato più discreto di quegli uomini che capitano qui ogni tanto, solitamente nei weekend. Dopo essersi piazzati abbastanza vicino da controllare ogni nostro movimento, iniziano a passare su e giù davanti alla nostra postazione, naturalmente staccandosi dalla battigia, sfidando la sabbia bollente, pur di guardare oltre la barriera che ci ripara ed osservare meglio nel dettaglio”. “Si… è vero! Conosco qualcuno di questi segaioli: sono degli sfigati che non hanno di meglio da fare che rompere le palle a quelli che vengono fin qui per poter star nudi. Un paio di loro addirittura non fa distinzioni fra i sessi e poi la sera al bar raccontano di tette, culi, cazzi come fossero stati ad uno spettacolo porno e di quante seghe si son fatti, a gratis!”. “Fortuna che oggi non si è visto nessuno” sottolineo, “ma forse è solo perché è un giorno qualsiasi della settimana...” e continuo il racconto delle mie esperienze sul posto: “Mi fanno ridere quando provano a spacciarsi per naturisti e partono dalla loro postazione per passarci davanti cercando di sembrare disinvolti…peccato che risalti immediatamente il segno dei boxer sul culo bianco panna!”. “Son poveri bischeri, che pensano così di attirare l’attenzione”. “Almeno avessero un bel fisico o un bell’attrezzo!” sbotto, “non dico come il tuo, ma almeno da gustarsi l’occhio reciprocamente!”. Chiacchierando nel fresco dell’acqua, non ci accorgiamo che il tempo scorre via e dopo aver nuotato vicini, scambiato commenti sulle tette che spuntano dall’acqua come boe galleggianti o il pisellone che sembra un’esca per i pesci più grossi, risaliamo alla spiaggia notando che il sole si sta avvicinando al monte, segno che la sera si avvicina. “Devo sbrigarmi” spiego mentre mi asciugo velocemente con un telo “la doccia è all’aperto e, se va giù il sole, non ci sarà solo l’acqua fredda ma anche l’aria a farmi battere i denti!”. “A stare con te non ci si accorge del tempo che passa… Anch’io devo darmi una mossa. Devo arrivare all’ingresso, pagare il parcheggio e poi arrivare alla darsena per vedere a che punto sono, ma temo sarà tardi e troverò chiuso”. Poi chiede: “Da che parte sei entrata?”, “Dalla parte del porto” rispondo notando che gli si illuminano gli occhi. “Anch’io!” esulta, “allora facciamo la strada assieme”. Mi spiace deluderlo ma devo proprio sbrigarmi ed evito di proporgli di passare a prendere la bici e proseguire a piedi sulla strada invece che lungo la spiaggia: “Mi spiace ma ho la bici…posso fare con te solo il primo tratto fino a quello che una volta era un passaggio segreto ma ormai troppa gente ha imparato ad utilizzarlo”. “Forse ho capito. Da giovane li conoscevo tutti ma ora non saprei ritrovarlo”. Tiriamo su le nostre cose preparando gli zaini, poi mi dà una mano con il telo apprezzando il montaggio: “Però! Comodi gli elastici”. “Idea di mio marito… funzionano bene anche se c’è un po’ di vento”, “Davvero!” sottolinea, “ed è un sistema molto più rapido di fissare il telo con i lacci”. E mentre lo ripongo nella sacca, chiede: “Son troppo sfacciato se chiedo ospitalità anche per domani? Teoricamente dovrebbero terminare la riparazione domani sera; perciò, passerò la giornata qui”. “Eh no! No!” gli rispondo fingendo di rifiutarlo, “non sei sfacciato!” aggiungo quasi ridendo per il piacere di poterlo rivedere, “Sei molto peggio! Già so cosa stai pensando…” gonfiando il petto mettendo in evidenza le tette. “Qualsiasi cosa tu stia pensando, mi farebbe felice!” sottolinea con galanteria, ma preferisco lasciarlo nel dubbio perché non pensi di sbattermi come gli pare: “Sarà da vedere… sono tutta fracassata! Non so nemmeno se riuscirò a stare in sella alla bici”. Allora cerca di attenuare la sfrontatezza precedente precisando: “Comunque tu decida, mi farà piacere! Sei una piacevole compagnia e può bastare anche solo gustarsi l’occhio…”. ‘È ovvio che non mi dispiacerebbe ripetere l’esperienza’ penso immaginando di trascorrere un altro giorno con lui e mi sfugge una riflessione estemporanea: “Dovrò usare impacchi di malva e camomilla per sfiammare i tessuti irritati, seguiti poi da impacchi con succo di limone per cicatrizzare e come astringente per attenuare l’eccessiva dilatazione sperando che aiuti i buchetti a ritornare alla normale dimensione… Comunque d’accordo, allora” gli confermo, dopo qualche attimo in cui scrutavo le sue perplessità nel seguire i miei discorsi mentre giungiamo al mio ingresso nella zona centrale dell’arenile. Ci fermiamo per un saluto prima di procedere ognuno per la sua strada: “Ci vediamo domani … e chi primo arriva prende il posto. Sperando non arrivi prima qualcun altro altrimenti ci tocca litigare!”, saluto, preoccupata di non trovar libera la nostra postazione. “Nel caso, ne costruiremo un’altra… a me basta solo poter stare assieme a te!... Intanto, buona serata e sogni d’oro”. Si avvicina come per uno scambio di baci e mi sorprende con un bacio sulla bocca dove si sofferma per qualche secondo. Mi aspettavo appunto uno scambio di baci sulle guance, come fra amici, invece di quel bacio così particolare ed intenso. Non come innamorati o amanti, lingua in bocca e passione, ma nemmeno come un classico saluto. Un che di erotico e sensuale, per farmi desiderare arrivi presto domani! Percorro il sentiero che mi riporta alla bici con la testa fra le nuvole, invasa dal turbine di emozioni di questa giornata fantastica, al di là di ogni più fervida immaginazione, quasi fosse stata uno splendido, impossibile sogno. A riportarmi alla realtà del vissuto, ci pensa la sensazione di umido fra le gambe, mentre sono accucciata per staccare il lucchetto. Rialzandomi, mi accorgo di aver le mutande completamente bagnate, intrise di sperma fuoriuscito dalla patata o dal culo. Non mi resta che toglierle assieme ai pantaloncini, bagnati pure loro. Mi ripulisco, usando le salviette umide, prima d’indossare il gonnellino alla francese come quello con cui si è presentato Giovanni. “Ciao Sara. E allora com’è andata la giornata? Anche oggi da sola?” chiede l’amica che gestisce l’area e che conosciamo ormai da una ventina d’anni, “ti trovo un po’ sbattuta…” sottolinea preoccupata. “È andata benissimo!” confermo per tranquillizzarla, “è stata una giornata intensa e il caldo mi ha particolarmente provato. Non so quanti bagni ho fatto! Non vedo l’ora di farmi una doccia”. “Temo che l’acqua sia fredda” mi avverte premurosa, “l’area è al completo e c’è stato un bel via vai!”, “Fa niente” rispondo con tono di ringraziamento, “anzi meglio! Ho proprio bisogno di raffreddarmi dopo una giornata a rosolarmi come uno spiedo” poi riecheggiano le sue parole nella mente: ‘Chissà se è davvero una causalità il verbo che ha usato: “sbattuta”???’. Sembra quasi che lei sappia sempre di tutto quel che succede in spiaggia, anche se non si muove mai dall’area… La doccia si conferma fredda: certo non l’ideale per i capelli che faticano a sciacquarsi e per la pelle d’oca che irruvidisce il corpo impedendo alla sabbia di scivolare assieme al sapone, ma è utile a placare i bollori delle parti intime dalle quali, sembra, non escano più residui dei rapporti sessuali. Una cenetta frugale prima di una lunghissima telefonata con il mio amore che si crogiola nell’afa cittadina: evito accuratamente di raccontare i particolari della giornata limitandomi a dirgli che l’ho trascorsa al nostro solito posto perché non ce la facevo a resistere con il costume addosso all’ingresso ufficiale, riferendo che contrariamente a quanto ci si potesse aspettare, nessuno mi aveva infastidito e non avevo notato nessuno col cappellino rosso. Anzi, addirittura avevo avuto, nel pomeriggio, il piacere della compagnia di un signore naturista, a modo e discreto, con il quale ho scambiato due chiacchiere sui luoghi ove viene tollerata tale pratica. Quindi, dopo essermi cosparsa di abbondante crema alla calendula della Just, cicatrizzante ed emolliente, sulla passera e sul buco del culetto: tuttora molto indolenzito è rimasto socchiuso quanto basta da lasciar scivolare dentro due dita! Poi subito a nanna che domani mi sveglio presto per andare di corsa a prendere il posto. Crollo dalla stanchezza e non riesco a leggere nemmeno una pagina del libro: continuo a ripensare alla fantastica giornata e a quanto ho goduto. Cerco, inutilmente, di contare gli orgasmi che ho provato grazie a quel cazzo fenomenale ed al suo proprietario ancor più strabiliante, finché immagini e sensazioni sfumano accompagnandomi in un sonno profondo e ristoratore.
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